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Rassegna della stampa


Vertenza sulle lingue: reazioni contrastanti al progetto del governo




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Tentativi di armonizzare l'insegnamento delle lingue nazionali sono in corso già da una ventina d'anni, ma finora non hanno dato nessun esito.  (Keystone)

Tentativi di armonizzare l'insegnamento delle lingue nazionali sono in corso già da una ventina d'anni, ma finora non hanno dato nessun esito. 

(Keystone)

La decisione del governo d’intervenire per porre fine alla vertenza sulle lingue tra i Cantoni e armonizzare l’insegnamento di una seconda lingua nazionale, divide la stampa svizzera. Per alcuni commentatori il progetto di legge presentato dal ministro Alain Berset non darà nessun risultato, per altri è in gioco la coesione nazionale. 

“L‘ultimo tiro di avvertimento nella vertenza sulle lingue”, così il Tages-Anzeiger e il Bund interpretano la decisione del governo di presentare un progetto di legge, con tre varianti, per armonizzare l’insegnamento delle lingue, nel caso in cui i Cantoni non attuassero la strategia linguistica da loro stessi concordata. Con le modifiche della legge proposte mercoledì, il Consiglio federale vuole costringere tutti i Cantoni a introdurre una lingua nazionale dalle prime classi scolastiche, in modo da contrastare le varie iniziative cantonali – nella Svizzera tedesca – che vanno in senso contrario. 

Per il Bund, la proposta del governo “è una buona cosa” e non fa che riaffermare quanto concordato dai Cantoni nel 2004. “Il fatto che 12 anni dopo alcuni Cantoni non vogliano attenersi, non serve a nessuno”. Non serve agli allievi che, in caso di trasloco da un Cantone all’altro, non ritrovano a volte lo stesso livello d’insegnamento di una seconda lingua. E non serve alla “coesione nazionale” di un paese in cui “convivono quattro lingue su un territorio ristretto” e in cui “il plurilinguismo fa parte dell’identità nazionale”, osserva il giornale bernese. 

“Per propria natura, le frontiere linguistiche costituiscono raramente un legame, come mostrano molti esempi della storia e dei giorni nostri. Il fatto che ciò sia diverso in Svizzera, non è dovuto al caso. Nel nostro paese siamo riusciti finora a unire le diverse regioni linguistiche. Affinché non si allontanino l’una dall’altra, occorre ora dar prova di una certa sensibilità e del rispetto delle peculiarità delle diverse regioni, soprattutto di quelle delle minoranze linguistiche”, afferma il Bund. 

Risultati catastrofici 

Visione diversa a Zurigo, come mostra il commento del Tages-Anzeiger, che appartiene allo stesso gruppo editoriale del Bund, con il quale condivide numerosi articoli. Secondo il foglio zurighese, il cammino scelto dal governo per spingere i Cantoni ad armonizzare l’insegnamento delle lingue è invece “totalmente sbagliato” e costituisce una maniera di decidere che ricorda il “centralismo alla francese”. 

In base alla proposta del governo “in futuro i cantoni ‘buoni’ saranno quelli che dichiareranno obbligatorie almeno due ore di francese a partire dalla quinta classe scolastica. Coloro che non lo fanno, violano la legge. Poco importa se gli allievi, per finire, imparano o meno questa lingua”, afferma il Tages-Anzeiger, secondo il quale “tutti gli studi scientifici dimostrano che un inizio precoce dell’insegnamento del francese non porta in realtà risultati migliori. I risultati dell’insegnamento del francese sono finora quasi catastrofici, indipendentemente dal sistema scelto”. 

Oggi gli allievi sono molto più motivati a imparare l’inglese, mentre la motivazione dell’apprendimento del francese è alquanto bassa, rileva il quotidiano zurighese. “Bisogna quindi trovare nuove vie per riuscire a entusiasmare di nuovo allievi e insegnanti nei confronti della lingua francese. Per imparare una lingua, occorre una certa intensità. Invece di due ore d’insegnamento, a titolo di alibi, nella scuola primaria, sarebbero molto più utili sei ore nella scuola secondaria”. 

Nessun beneficio 

Dello stesso parere la Neue Luzerner Zeitung, secondo la quale “l’impegno del governo per salvaguardare la coesione delle lingue nazionali è lodevole. Non vi è però nessuna prova del fatto che la coesione nazionale sia minacciata, se gli allievi svizzero-tedeschi imparano il francese solo a partire dalla scuola secondaria. In uno studio, l’istituto di plurilinguismo dell’Università di Friburgo è giunto addirittura alla conclusione che gli allievi delle classi medie imparano più in fretta una lingua di quelli delle classi elementari”. 

“Il Consiglio federale vuole quindi ancorare nella legge una pratica discutibile dal profilo pedagogico. Questo modo di procedere, con l’impiego delle maniere forti, non va solo a detrimento del federalismo, ma non porterà nessun beneficio neppure per gli allievi”. 

Un minimo di unità nazionale 

La proposta del governo viene invece sostenuta dall’Aargauer Zeitung, che invita il ministro della cultura a seguire la strada imboccata: “Allez-y, Monsieur Berset”. “La pluralità federale non deve essere un lasciapassare per egoismi cantonali. Ci vuole un minimo di unità nazionale. Un mosaico con 26 sistemi diversi di insegnamento non serve a nessuno – e men che meno agli allievi, quando i genitori decidono di trasferirsi da un Cantone all’altro”. 

"I politici svizzeri sono divisi non solo dalla visione politica, ma anche dalla lingua", di Marina Lutz (12.6.2016) (Marina Lutz)

"I politici svizzeri sono divisi non solo dalla visione politica, ma anche dalla lingua", di Marina Lutz (12.6.2016)

(Marina Lutz)

“L’intervento del governo va quindi incoraggiato. E giunge al momento opportuno. In diversi Cantoni svizzero-tedeschi sono in corso virulenti tentativi per ridimensionare l’insegnamento della lingua francese. Ciò è discutibile dal profilo della politica dello Stato e di quella dell’insegnamento. Se smettiamo di interessarci alla lingua e alla cultura dei nostri compatrioti romandi e ticinesi, rischiamo di tradire un pezzo dell’Idée suisse”, afferma il giornale argoviese. 

Cartellino giallo 

L’inziativa del ministro Berset è chiaramente approvata nella Svizzera francese, dove già da molto tempo viene criticata la tendenza di diversi Cantoni svizzero-tedeschi di privilegiare l’insegnamento dell’inglese, a scapito della lingua di Molière. 

Berset ha mostrato il “cartellino giallo” ai cantoni che vogliono distanziarsi dalla strategia nazionale concordata nel 2004, come Turgovia, Zurigo e Lucerna, rileva Le Temps. “Il dibattito che prende ora avvio è appassionante. Testimonierà della voglia degli svizzeri di rimanere una nazione basata su una volontà comune di unione, di cui sono così fieri nei discorsi della Festa nazionale del primo agosto”. 

“Meno la Confederazione si immischierà in questa vertenza sulle lingue e meglio sarà. Ma i Cantoni devono assumere le loro responsabilità. Spetta a loro dar prova di creatività, moltiplicando le ‘immersioni’ e gli scambi scolastici”, aggiunge il quotidiano romando. 

Velocità superiore 

“Alain Berset è passato ad una velocità superiore”, osserva la Tribune de Genève. “Dopo aver minacciato per mesi di far ricorso al bastone, il ministro competente presenta un progetto concreto per imporre l’insegnamento del francese ai piccoli allievi svizzero-tedeschi, che i loro Cantoni lo vogliano o meno”. 

“Il ministro socialista ha il merito della coerenza. Con questa decisione dimostra ai Cantoni che non si accontenterà di proferire delle minacce al vento. Ma in realtà non aveva altra scelta. Senza l’intervento del governo, si può legittimamente temere un effetto domino presso i Cantoni svizzero-tedeschi più interessati agli aspetti economici che non a quelli della coesione nazionale”, sostiene il giornale ginevrino.

swissinfo.ch



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