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Dei membri del partito islamico moderato Ennahda durante un meeting elettorale

Dei membri del partito islamico moderato Ennahda durante un meeting elettorale

(AFP)

Le prime elezioni democratiche organizzate in Tunisia hanno sorriso agli islamici moderati di Ennahda. Un successo che si ripeterà probabilmente anche in altri paesi della regione e che fungerà da banco di prova per la democrazia.

Il partito islamista moderato Ennahda ha ottenuto il 41,47% dei suffragi e conquistato 90 dei 217 seggi dell’Assemblea nazionale costituente, incaricata di redigere la nuova carta fondamentale.

Ennahda esce quindi sì vincitore, ma non in proporzioni tali da poter formare da solo una maggioranza. Si rende così necessaria la composizione di una coalizione.

I tunisini sono accorsi in massa negli uffici elettorali. Il tasso di partecipazione ha infatti superato il 90%. Lo scrutinio si è svolto in maniera regolare e sono state registrate solo alcune violazioni minori.

Il parlamentare svizzero Andreas Gross, alla testa di un gruppo di osservatori del Consiglio d’Europa, loda la trasparenza del processo elettorale e il comportamento dei votanti.

«Sono rimasto impressionato dalla dignità, dall’orgoglio e dalla responsabilità dei cittadini, disposti ad aspettare due o tre ore in un cortile di una scuola prima di poter inserire la loro scheda nell’urna», afferma a swissinfo.ch.

«Si poteva percepire l’importanza di questo momento storico, che per la prima volta ha dato la possibilità ai tunisini di scegliere liberamente un’istituzione e di darle uno statuto legittimo e legale».

Nulla da temere

Il leader di Ennahda Rachid Ghannouchi ha fatto di tutto per cercare di rassicurare i laici e il mondo degli affari, nervosi alla prospettiva di vedere arrivare al potere degli islamici.

In un incontro martedì a Tunisi con responsabili delle aziende più importanti, Ghannouchi ha cercato di inculcare il messaggio che non hanno nulla da temere. Il partito ha anche messo l’accento sulla volontà di non rendere più severi i canoni di moralità della società tunisina o per i milioni di turisti occidentali che trascorrono le loro vacanze sulle spiagge del Mediterraneo.

Anche nella notte da giovedì a venerdì, dopo che la conclusione dello spoglio dei voti ha definitivamente confermato il trionfo del partito confessionale, nel discorso pronunciato a Tunisi davanti ai propri sostenitori, Rached Gannouchi ha ribadito questa volontà.

«Continueremo questa rivoluzione per realizzare i suoi obiettivi di un Paese libero, indipendente, progredito e prospero, nel quale siano assicurati i diritti di Dio, del Profeta, degli uomini e delle donne, di chi è religioso e di non lo è, perché la Tunisia è per tutti», ha promesso.

Il modello del leader di Ennahda è da ricercare nell’islamismo moderato turco, spiega Riadh Sidaoui, direttore del Centro arabo di ricerche e di analisi politiche e sociali di Ginevra.

«I dirigenti del partito sono stati costretti all’esilio a Londra per molti anni e sono coscienti della necessità di avere una visione equilibrata delle cose», osserva Sidaoui. «Nessuno vuole che si ripeta quanto avvenuto in Algeria nel 1991».

Solidarietà e onestà

Durante la campagna elettorale, il partito si è appoggiato sul desiderio dei cittadini comuni di poter esprimere liberamente la loro fede, dopo anni di secolarizzazione forzata ed aggressiva.

«La solidarietà tra le famiglie dei prigionieri islamici ha anche contribuito a creare una vasta rete di sostegno per Ennahda», indica dalle colonne del quotidiano Le Temps Vincent Geisser, esperto della regione del Centro nazionale di ricerca scientifico francese.

Il partito si è anche sforzato di mostrare che può essere il rappresentante di tutti i tunisini, inclusa la grande minoranza che ha un approccio molto laico nei confronti della religione.

«Alcuni tunisini hanno voluto dare una possibilità a Ennahda, soprattutto perché gli islamici trasmettono un’immagine di persone oneste e integre», analizza Agnes Levallois, autrice di diverse opere sul Medio Oriente, intervistata dall’Agence France Presse. «Il fatto che siano state vittime per così tanto tempo del precedente regime sicuramente ha anche fornito loro un po’ più di legittimità».

Secondo Sidaoui, i risultati di domenica possono essere spiegati con diversi fattori: una campagna ben fatta, il desiderio dei tunisini di punire chi ha collaborato con Ben Ali, le divisioni all’interno della sinistra e un’ondata di entusiasmo nel mondo arabo per i partiti di stampo islamico.

«L’Islam politico è un passaggio necessario affinché vi siano dei cambiamenti democratici nel mondo arabo», afferma Khattar Abou Diab, professore di relazioni internazionali all’Università di Parigi Sud.

«Attualmente è la forza politica più potente, meglio organizzata e meglio finanziata», indica all’Agence France Presse.

Un simile scenario potrebbe ripetersi anche in Egitto, dove gli elettori sono chiamati alle urne il 28 novembre.

«Dopo le elezioni, vi sarà una fase transitoria durante la quale i partiti laici si ristruttureranno», afferma Abou Diab. «Nello stesso tempo, la popolazione potrebbe anche rendersi conto che la capacità degli islamici di fare miracoli è stata solo una grande illusione».

La Tunisia rappresenterà comunque il banco di prova più importante, ritiene Sidaoui. «Se non dovesse riuscire a diventare uno Stato democratico – avverte – per gli altri paesi i sogni democratici rimarranno solo un miraggio».

Rivolta post-elettorale

Le violente proteste che hanno investito alcune città tunisine nella notte da giovedì a venerdì – dopo la decisione dell'Alta istanza per le elezioni (Isie) di cancellare le liste proposte da Pétition Populaire in sei circoscrizioni, per la presenza di candidati un tempo inquadrati nel partito dell'ex presidente Ben Ali – indicano che il cammino della giovane democrazia tunisina non sarà facile.

L'ondata di proteste ha preso avvio a Sidi Bouzid, la città simbolo da dove partì la rivolta che fece cadere il regime di Ben Alì. Migliaia di persone infuriate, in maggioranza giovani, sono scese in strada e hanno assediato la locale sede di Ennahda, che alla fine hanno incendiato. Tra gli altri bersagli della folla inferocita ci sono stati il municipio di Sidi Bouzid, assaltato e saccheggiato, e il governatorato, assediato.

La polizia è intervenuta, con il lancio di candelotti lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Questi non si sono però lasciati intimorire e hanno preso possesso virtuale della città, presidiando le strade principali e gli incroci.

Djebali nuovo premier?

Mercoledì il segretario generale del partito islamico Ennahda, Hammadi Djebali, ha dichiarato di essere il candidato del suo partito alla carica di primo ministro.

Djebali, 62 anni, e un politico navigato, da molti anni numero due del partito, dietro a Rachid Gannouchi.

Il primo ministro sarà nominato dal presidente della Repubblica ad interim, che sarà eletto dall’Assemblea costituente. Il processo dovrebbe durare diverse settimane.

Intanto si sono aperte le trattative per formare una coalizione all’interno della nuova Assemblea. Djebali ha indicato che il suo partito sta negoziando con Ettakatol (sinistra)e e con il Congresso per la Repubblica (sinistra nazionalista) in vista di comporre una maggioranza.

La rivoluzione

Detta anche “rivoluzione del gelsomino” è culminata il 14 gennaio scorso con lo sciopero generale e la fuga di Ben Ali, della seconda moglie Leila e di parte del suo clan.

Le prime avvisaglie della rivolta si sono sentite già nel novembre 2010. Provocata da un diffuso malcontento a causa dell’aumento del prezzo delle materie prime e dall’alto tasso di disoccupazione, la rivoluzione è scoppiata in tutta la sua ampiezza dopo la morte, il 4 gennaio scorso Mohammed Bouazizi.

Il giovane venditore ambulante di 26 anni si è immolato il 17 dicembre in segno di protesta contro i successivi sequestri delle sue bancarelle di frutta e verdura da parte delle autorità.


Traduzione e adattamento di Daniele Mariani, swissinfo.ch


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