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Votazione popolare del 27 novembre


La Germania forza l’uscita dal nucleare


Di Petra Krimphove, Berlino


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Dalla fine del 2019, la centrale nucleare di Mühleberg, nei pressi di Berna, non produrrà più elettricità e verrà smantellata. (Keystone)

Dalla fine del 2019, la centrale nucleare di Mühleberg, nei pressi di Berna, non produrrà più elettricità e verrà smantellata.

(Keystone)

La Germania vuole abbandonare in fretta l’energia atomica. È una decisione che si ripercuote sull’approvvigionamento energetico elvetico. Per la Svizzera, invece, i tempi non sono ancora maturi per il totale abbandono del nucleare.

All’indomani della catastrofe nucleare di Fukushima, avvenuta nel 2011, il governo tedesco si è posto un obiettivo molto ambizioso: entro il 2022, la rete elettrica della Germania non dovrà più trasportare energia nucleare. Ciò significa la “locomotiva d’Europa” ha sei anni per spegnere tutte le centrali atomiche sul suo territorio.

Rispetto alla Svizzera i tempi sono molto più serrati. Se il popolo approverà l’iniziativa per l’abbandono del nucleare, l’ultimo reattore elvetico verrebbe staccato dalla rete nel 2029. Se invece l’oggetto in votazione sarà bocciato alle urne, per alcuni decenni il nucleare farà ancora parte, anche se in misura minore, del mix energetico della Confederazione. Stando alla ministra dell’energia elvetica Doris Leuthard è un lasso di tempo necessario per preparare adeguatamente il paese alla svolta.

A differenza della Svizzera, in Germania il nucleare non ha ormai più un ruolo determinante nell’approvvigionamento energetico. Infatti, l’anno scorso le centrali atomiche hanno prodotto solo il 14,1 per cento dell’energia tedesca; nella Confederazione questa quota era ancora del 39 per cento. Per la Svizzera, la rapida sostituzione di questa fonte si prospetta quindi più difficile.

L’inquinante energia a carbone

Berlino punta sulle energie rinnovabili prodotte da vento, sole, acqua e biomassa. I parchi eolici e gli impianti fotovoltaici sono sovvenzionati con la cosiddetta rimunerazione per la produzione e l’immissione in rete di energia verde. È anche grazie a questi incentivi che in soli cinque anni, dal 2010 al 2015, la percentuale di energia rinnovabile è passata dal 17 al 30 per cento. Nel 2050, in Germania l’80 per cento dell’energia consumata dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili.

«La produzione di energia verde compensa senza problemi l’energia atomica mancante», indica Christoph Podewils del Think Tank “Agora Energiewende”, laboratorio di idee di Berlino finanziato soprattutto dalla fondazione Mercator. Gli esperti hanno descritto le tappe che la Germania deve seguire per imboccare rapidamente la strada della produzione di energia ecologica.

È una strada decisamente diversa di quella che dovrà percorrere la Svizzera. Quest’ultima copre il suo fabbisogno energetico in misura del 60 per cento con una fonte ecologica: la forza idrica indigena. In Germania, invece, il 42 per cento dell’energia è generato dalle inquinanti centrali a carbone: il 18 per cento brucia carbone fossile, mentre il 24 per cento lignite.

Rispetto all’energia atomica, il carbone immette una grande quantità di anidride carbonica nell’atmosfera, compromettendo il suo bilancio climatico. «Abbiamo affrontato con successo l’uscita dal nucleare», ricorda Christoph Podewils. La prossima importante tappa sarà l’abbandono dell’energia a carbone. Solo così la Germania sarà in grado di rispettare gli obiettivi climatici.

Contraddizioni della svolta energetica

La fine delle fonti fossili non è però vicina in Germania. Poche settimane fa la multinazionale svedese Vattenfall, specializzata nella produzione energia, ha venduto la sua cava di lignite a un investitore della Repubblica ceca. Oggi, quest’ultimo fa girare a pieno regime le pale delle sue macchine escavatrici in Lusazia, a est di Berlino, e ha fatto intendere che in futuro interi villaggi dovranno trasferirsi altrove e cedere il passo all’incedere delle sue benne.

Un proposito che fa emergere le grandi contraddizioni della svolta energetica tedesca. Da una parte è prodiga di lodi per la costruzione dei parchi eolici e solari e per l’abbandono del nucleare, dall’altra continua a dipendere dalle inquinanti centrali a carbone che danno lavoro in regioni povere come quella di Brandeburgo.

Finora, la Germania ha rispettato il serrato programma verso l’abbandono del nucleare, nonostante l’opposizione delle multinazionali dell’atomo. Di recente, una commissione formata di 19 rappresentanti del mondo economico, sindacale, delle chiese e delle associazioni ecologiche, si è accordata su una proposta volta a creare le basi finanziarie per l’immagazzinamento delle barre combustibili.

Il risultato: le multinazionali sono chiamate a versare 23,3 miliardi di euro in un fondo per lo stoccaggio temporaneo e definitivo. Lo Stato si assume invece la responsabilità delle scorie radioattive. Inoltre, grazie agli accantonamenti, i gestori finanziano l’oneroso smantellamento delle centrali nucleari. Nel 2017, il parlamento tedesco dibatterà e voterà sulla proposta della commissione.

Lo smantellamento della centrale nucleare di Lubmin, l'impianto dell'ex DDR disattivato oltre vent'anni fa, non è ancora terminato,  (Keystone)

Lo smantellamento della centrale nucleare di Lubmin, l'impianto dell'ex DDR disattivato oltre vent'anni fa, non è ancora terminato, 

(Keystone)

Le multinazionali chiedono risarcimenti

Un altro capitolo della svolta energetica tedesca viene scritta dalle multinazionali dell’energia. I tre giganti Eon, RWE e Vattenfall hanno promosso un’azione legale presso la Corte costituzionale federale: chiedono un risarcimento per esproprio. Una causa che potrebbero anche vincere, sostengono alcuni esperti. La consigliera federale Doris Leuthard teme simili procedure legali anche in Svizzera nel caso in cui il popolo dovesse decidere di spegnere subito le centrali atomiche.

La ministra dell’energia elvetica critica inoltre il vicino tedesco perché in questo momento produce energia in eccesso che vende a buon mercato all’estero. Soprattutto nei giorni di sole e di forte vento la rete viene invasa da energia verde. Infatti, in Germania l’energia non consumata viene messa sul mercato a prezzi stracciati con cui l’energia idrica elvetica non può concorrere.

Inoltre, la Svizzera non può scegliere quale fonte acquistare all’estero. È possibile quindi che questa venga prodotta nelle centrali a carbone, come conferma Felix Matthes, esperto di politica energetica e climatica dell’Öko-Institut di Friburgo, in Germania. «L’energia mancante in Svizzera verrebbe sostituita da una produzione supplementare delle attuali centrali, ossia quelle a carbone o a metano». Ciò significa che le centrali elettriche girano a pieno regime quando l’energia scarseggia sulla rete elvetica.

Tuttavia ci sarebbe un’alternativa: l’energia ecologica elvetica, sostiene Felix Matthes: «Se durante il processo verso l’abbandono del nucleare, la Svizzera potenzierà la sua produzione di energia rinnovabile, allora la Confederazione eviterà di dipendere dall’estero».

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Uscita dal nucleare in Germania

Nel 2002, nove anni prima dell’incidente di Fukushima, l’allora governo federale rosso-verde decide di abbandonare il nucleare. Nel 2010, il successivo governo, formato da esponenti cristianodemocratici e liberali - favorevoli all’energia atomica - opta invece per il mantenimento delle centrali atomiche. Quest’ultimo ritiene che il nucleare sia un’importante «tecnologia ponte» sulla strada verso un nuovo mix energetico e che le fonti rinnovabili dovranno aver un ruolo molto importante. In media, le centrali dovevano continuare la loro produzione per ulteriori dodici anni.

All’indomani della catastrofe nucleare di Fukushima, avvenuta l’11 marzo 2011, la decisione del governo viene di nuovo ribaltata. Nel luglio dello stesso anno, il parlamento tedesco approva un articolo di legge volto a promuovere il rapido abbandono del nucleare. Nel 2011 vengono spente otto centrali nucleari. Entro il 2022, anche l’ultima centrale sarà staccata dalla rete.


Traduzione dal tedesco di Luca Beti

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