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Primavera araba


La seconda scossa della rivoluzione egiziana?


Di Frederic Burnand


La piazza Tahrir poche ore prima del colpo di Stato del 3 luglio 2013. (Keystone)

La piazza Tahrir poche ore prima del colpo di Stato del 3 luglio 2013.

(Keystone)

Dopo un anno al potere, il primo presidente democraticamente eletto, Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani, è stato rovesciato da un colpo di Stato spettacolare e inedito. L’analisi del politologo ginevrino Hasni Abidi.

L’Egitto, con le sue campagne ancestrali, ma pure con le sue megalopoli tipiche del XXI secolo. È in questo contesto urbano e collegato al resto del mondo che il 3 luglio 2013 l’esercito ha proceduto a un colpo di Stato estremamente organizzato. Senza bagni di sangue e con il sostegno della folla.

Politologo e specialista del mondo arabo, Hasni Abidi dirige il Centro di studi e di ricerca sul mondo arabo e mediterraneo.

swissinfo.ch: Come interpreta questo colpo di Stato seguito in diretta in tutto il mondo?

Hasni Abidi: Abbiamo assistito al colpo di Stato più twittato e più connesso della storia. Questo evento ci trasmette anche un’altra immagine della democrazia. La nostra percezione europea non è la stessa di quella degli egiziani scesi in strada. Sono convinti che il fatto di aver chiamato in aiuto l’esercito per rovesciare un uomo eletto rappresenta un ripristino della rivoluzione del 24 gennaio 2011.

Abbiamo quindi assistito a uno scontro frontale tra due concezioni. Ma si tratta anche di uno scontro tra le due uniche istituzioni esistenti in Egitto: l’esercito e gli islamisti.

swissinfo.ch: Questo colpo di Stato ricorda quello dell'inizio degli anni Novanta in Algeria. All’epoca, i militari algerini avevano bruscamente messo fine al processo elettorale, ampiamente favorevole al Fronte Islamico di Salvezza…

H. A.: L’esercito egiziano ha ben studiato quanto successo in Algeria e ha tentato di evitare i suoi effetti collaterali. L’esercito ha pensato bene di organizzare mercoledì [3 luglio 2013] una conferenza stampa in presenza di rappresentanti della giustizia, della società civile, di alcuni partiti politici, di personalità dell’Università al-Azhar - l’autorità suprema del sunnismo in Egitto - senza però dimenticare i dignitari copti.

Questo significa che l’esercito è consapevole che quello religioso è l’aspetto più importante e che la società egiziana rimane, nonostante tutto, conservatrice, sebbene vi sia una corrente civile che reclama la laicità e che ha voluto porre fine al regime dei Fratelli Musulmani.

L’esercito egiziano ha fatto di tutto per non apparire come una forza putschista, contrariamente a quanto è successo in Algeria.

swissinfo.ch: L’esercito egiziano non ha dunque l’intenzione di dirigere il paese?

H. A.: Innanzitutto, l’esercito non possiede i mezzi per gestire una transizione che sarà difficile e una situazione economica e politica in piena impasse. L’esercito continua a suscitare una certa simpatia, anche se questa si è fortemente ridotta dopo la caduta di Hosni Mubarak.

Inoltre, non si tratta di un esercito repubblicano come in Turchia. È un’istituzione in cui sono presenti i diversi strati della popolazione e le stesse correnti della società egiziana.

Bisogna rammentare che per 40 anni Mubarak ha fatto di tutto per depoliticizzare l’esercito e per fare in modo che i militari si occupassero della difesa del territorio, senza assumere decisioni politiche.

L’istituzione militare tenta comunque di preservare i suoi interessi economici, ovvero il 20-30% del tessuto economico e finanziario dell’Egitto. È d’altronde una delle motivazioni all’origine di questo golpe militare: salvare gli interessi economici che i Fratelli Musulmani tentavano di sgretolare.

swissinfo.ch: Come vede il periodo transitorio che si prospetta per il paese?

H. A.: L’aspetto confortante è il profilo delle personalità che emergeranno. Il rappresentante del Fronte di salvezza nazionale [la coalizione all’opposizione], Mohamed El Baradei, è un uomo rassicurante che è sempre stato coerente e costante nelle sue prese di posizione. Dalla caduta di Mubarak, ha chiesto una transizione disciplinata, ovvero un’assemblea costituente ed elezioni organizzate da un consiglio ad interim per redigere una Costituzione. Ciò che l’esercito non aveva invece fatto. Inoltre, El Baradei non si presenterà alle prossime elezioni presidenziali.

Il capo dello Stato ad interim, Adli Mansour, è dal canto suo un giurista [nato nel 1945] che era appena stato nominato presidente della Corte costituzionale. Si trova così nella situazione paradossale di guidare una transizione che ha messo fine alla Costituzione di cui è però il garante.

L’Egitto ha bisogno di un governo di tecnocrati in grado di gestire in primo luogo la situazione economica, la sicurezza e di rimettere in piedi il paese. Una missione resa ancor più difficile dal fatto che il nuovo capo di Stato dovrà anche mantenere il calendario che porterà alle prossime presidenziali. Dovrà evitare di redigere in fretta e furia una nuova Costituzione, come è invece stato fatto con quella precedente, e integrare tutte le forze politiche.

In altre parole, è chiamato a rispondere alle aspettative dell’esercito e a tener conto della realtà islamista.

swissinfo.ch: Quale è il margine di manovra di cui dispongono ora i Fratelli Musulmani?

H. A.: Per loro il risveglio è stato molto duro. Fino all’ultimo minuto hanno creduto che la legalità costituzionale sarebbe stata rispettata. Dopo l’atto di forza dell’esercito, possiamo attenderci ad un’accentuazione delle divisioni che stanno fratturando il movimento islamista. Da una parte ci sono i sostenitori di una partecipazione, anche se sono vittime degli eventi. Dall’altra vi sono coloro che possono oramai affermare che la democrazia non funziona per gli islamisti e che bisogna quindi scegliere una strada più radicale.

Oggi, i Fratelli Musulmani pagano a caro prezzo l’appetito manifestato durante la presidenza Morsi. Ora che il loro presidente è stato rovesciato, come gestiranno la loro base popolare arrabbiata e delusa? È una questione cruciale a cui per il momento è impossibile rispondere.

A questo proposito, le ultime affermazioni di Morsi sono inquietanti visto che ha lanciato un appello alla resistenza, seppur pacifica. Dobbiamo infatti ricordare che i Fratelli Musulmani sono abituati alla clandestinità: hanno sempre vissuto a cavallo tra la clandestinità e la libertà condizionale.

Un presidente contestato

16-17 giugno 2012: Il candidato dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi vince il secondo turno dell’elezione presidenziale con il 51,7% dei voti.

22 novembre: Morsi emana una serie di decreti che concentrano nuovi poteri nelle sue mani.

26 dicembre: Morsi ratifica la nuova Costituzione approvata da un referendum al termine di una campagna elettorale che polarizza l’Egitto.

27 gennaio 2013: Il presidente ristabilisce lo stato d’emergenza a Porto Said, Suez e Ismailia in seguito alle manifestazioni contro il potere islamista degenerate in sommosse.

11 febbraio: Scontri al Cairo tra polizia e manifestanti che chiedono il ritiro di Morsi in occasione del secondo anniversario della caduta di Mubarak.

7 maggio: Il governo del primo ministro Hisham Qandil, criticato per la sua incapacità di risolvere la crisi economica del paese, viene rimescolato, con un rafforzamento della presenza dei Fratelli Musulmani.

30 giugno: La folla si mobilita in tutto il paese per chiedere le dimissioni di Morsi. Secondo l’esercito, che parla di diversi milioni di persone, si tratta della «più grande manifestazione della storia dell’Egitto». Almeno 16 persone muoiono a causa degli scontri.

1. luglio: La sede dei Fratelli Musulmani al Cairo è incendiata e saccheggiata. L’esercito lancia un ultimatum a Morsi: ha 48 ore per «soddisfare le rivendicazioni del popolo».

2 luglio: L’opposizione designa Mohamed El Baradei alla testa del movimento. Il presidente Morsi si dice pronto a sacrificare la propria vita per preservare la sua legittimità. Gli scontri al Cairo fanno 23 morti.

3 luglio: Il generale Abdel Fattah al-Sissi annuncia che il presidente della Corte costituzionale egiziana, Adli Mansour, assume le redini del paese fino alle elezioni presidenziali, destituendo di fatto Morsi. Il capo dell’esercito annuncia inoltre la sospensione della Costituzione. Morsi parla di «un colpo di Stato» e chiama i suoi sostenitori a difendere la sua legittimità. Nel paese si contano altri 10 morti.

4 luglio: Morsi è trasferito al Ministero della difesa. Adli Mansour presta giuramento come presidente a interim.

(Fonte: AFP)


Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch



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