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Reazioni a un massacro


«La satira, come quella di Charlie Hebdo, deve spingersi ai limiti»




Stéphane Charbonnier, alias Charb, direttore di Charlie Hebdo figura tra le vittime dell'attentato di mercoledì. (Reuters)

Stéphane Charbonnier, alias Charb, direttore di Charlie Hebdo figura tra le vittime dell'attentato di mercoledì.

(Reuters)

L’attacco alla redazione di Charlie Hebdo ha gettato nella costernazione chiunque crede in valori come la libertà d’espressione e di stampa. I vignettisti sono sgomenti. Intervista ad Anette Gehrig, responsabile del Cartoonmuseum di Basilea, uno dei pochi dedicati proprio all’arte della caricatura e al disegno umoristico.

Il Cartoonmuseum di Basilea è l’unico nel suo genere in Svizzera. Fondato nel 1979, propone regolarmente esposizioni temporanee e possiede una collezione di 4'000 opere originali. «Per un prodotto satirico come Charlie Hebdo, non devono esistere frontiere; in un contesto museale invece sì», afferma la responsabile Anette Gehrig, intervistata mercoledì.

swissinfo.ch: Qual è stata la sua reazione all’attacco?

Anette Gehrig: Sono scioccata, non solo perché conosco questa rivista, ma anche perché avevo incontrato di persona i vignettisti Cabu e Wolinski.

swissinfo.ch: Charlie Hebdo è noto per le sue caricature molto provocatorie, che a volte prendono di mira le religioni o l’estremismo islamico. Al Cartoonmuseum avete già esposto questo tipo di disegni?

A.G.: Il museo dedica spazio a questi temi critici. Ad esempio abbiamo presentato esposizioni come quella consacrata al disegnatore tedesco Ralf König, che si era interessato da vicino alla vicenda delle caricature di Maometto.

swissinfo.ch: Alcuni musulmani si sentono offesi nei loro sentimenti religiosi dalle caricature. Ha comprensione per loro?

A.G.: Bisogna porsi prima di tutto la domanda su dove vengono presentate le caricature. Da una rivista di satira ci si aspetta che faccia appunto satira. Charlie Hebdo è molto radicato nella cultura francese. Ha una storia. Il pubblico che acquista questa rivista si attende di trovare questi temi. È un tutt’altro modo di trasmissione rispetto a quello di un museo.

swissinfo.ch: Qual è la differenza?

A.G.: La satira è un tema anche per noi. Da un museo ci si aspetta però una rielaborazione, un contesto. Quando per determinati temi, ad esempio la religione, vi è già un clima politico surriscaldato, è ovviamente delicato riprenderli in un’esposizione. Come curatrice, è mio dovere affrontare questi temi presentando anche materiale che permetta di approfondire.

swissinfo.ch: Ritiene che anche per la satira vi siano dei limiti da non superare?

A.G.: Per un prodotto satirico come Charlie Hebdo queste frontiere non devono esistere. In un contesto museale invece sì. Un museo ha altre pretese. Gli approcci sono diversi, i temi sono rielaborati e collocati in un contesto più ampio, affinché possano essere assimilati.

swissinfo.ch: Il fatto di fare attenzione a non ferire la sensibilità di un determinato pubblico, non rischia di portare all’autocensura o perlomeno a limitare la libertà d’espressione?

A.G.: No, non è quello che volevo dire. La libertà d’espressione deve assolutamente essere difesa. In un museo, però, si può creare un contesto tale affinché la gente che sopporta poco certi temi delicati, possa avere un migliore accesso.

swissinfo.ch: Nel vostro museo, mostrerebbe le caricature di Charlie Hebdo critiche nei confronti dell’Islam?

A.G.: Procederemmo a una rielaborazione. Di appenderle invece semplicemente alle pareti, non se ne parla.

swissinfo.ch: Una caricatura non deve fondamentalmente mancare un po’ di rispetto e scuotere?

A.G.: Vi è una differenza tra scuotere e mancare di rispetto. Un caricaturista cerca non solo di immedesimarsi in una situazione, ma anche di essere attento alla sensibilità delle persone. Nello stesso tempo, vuole che i suoi disegni abbiano un impatto. I caricaturisti si muovono sul filo del rasoio ed è questa la loro grande arte.

swissinfo.ch: Dopo l’attacco di Parigi sarete più prudenti nel scegliere le caricature oppure vi spingerete più al limite?

A.G.: Si è verificato l’impensabile e prima di tutto sarà necessario assimilare quanto successo. Ciò richiederà una discussione di fondo. Come museo, però, ci muoviamo sempre in zone di frontiera. Dobbiamo costantemente chiederci quali temi sono importanti per la società e continueremo a farlo.


(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch

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