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Relazioni bilaterali


Svizzera-Unione europea: un blocco senza precedenti


Di Tanguy Verhoosel, Bruxelles


ERASMUS, il programma di scambi di studenti, ha già fatto le spese dell'irrigidimento delle relazioni tra la Svizzera e l'Unione europea. (Keystone)

ERASMUS, il programma di scambi di studenti, ha già fatto le spese dell'irrigidimento delle relazioni tra la Svizzera e l'Unione europea.

(Keystone)

Mai prima d'ora Svizzera e Unione europea hanno avuto una crisi di coppia così grave. Le loro relazioni sono sempre state turbolente, ma l'approvazione dell'elettorato elvetico dell'iniziativa popolare "Contro l'immigrazione di massa" è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E nessuna soluzione si profila all'orizzonte.

"Il blocco è senza precedenti", dice l'avvocato svizzero Jean Russotto, che lavora a Bruxelles da oltre 40 anni e che è un acuto osservatore delle relazioni tra il suo paese e l'UE. Dopo il "no" del popolo elvetico allo Spazio economico europeo nel dicembre 1992, l'UE aveva volente o nolente accettato di avventurarsi sulla via del bilateralismo.

Ma dopo il "sì" del 9 febbraio 2014 all'iniziativa "Contro l'immigrazione di massa", Bruxelles "non ha più un partner che voglia veramente giocare con lei. Un meccanismo si è rotto", dice l'avvocato.

Limiti raggiunti

Libera circolazione delle persone

La Svizzera e l'Unione europea hanno concluso un primo pacchetto di sette accordi bilaterali (Bilaterali I), entrati in vigore nel 2002.

Tra questi c'è l'accordo sulla libera circolazione delle persone. Esso consente ai cittadini europei di vivere e lavorare liberamente in Svizzera e agli svizzeri fare lo stesso negli Stati membri dell'UE.

Il 9 febbraio 2014, il popolo svizzero ha approvato, con il 50,34% dei voti, un'iniziativa popolare che prevede di introdurre dei tetti massimi per i permessi di dimora e contingenti annuali per tutti gli stranieri nella Confederazione. Le autorità svizzere hanno tre anni per applicare questo testo.

L'Unione europea, che considera la libera circolazione delle persone una "libertà fondamentale", minaccia di denunciare tutti gli accordi bilaterali conclusi con la Svizzera.

In realtà, un primo ostacolo era stato eretto dall'Unione nel 2010. Aveva allora giudicato che il sistema di accordi bilaterali settoriali, tagliato su misura per Berna, aveva "raggiunto i limiti" e che in assenza di un compromesso sulle nuove regole del gioco nel campo istituzionale, la partecipazione continua della Svizzera al mercato interno non avrebbe potuto proseguire ulteriormente.

A Berna taluni sembrano aver sottovalutato la volontà dell'UE di rimescolare tutte le carte a modo suo.

È evidente che in futuro, la Svizzera non sfuggirà più completamente all'influenza di quei "giudici stranieri" europei che denigra. Dovrà in particolare riconoscere il potere della Commissione europea nella vigilanza della corretta applicazione degli accordi. Ed è solo a un prezzo elevato – eventualmente la denuncia degli accordi – che potrà offrirsi il lusso di ignorare le decisioni che la Corte di giustizia dell'Unione europea potrebbe emettere in caso di problemi di interpretazione del diritto comunitario, che la Confederazione dovrà applicare, senza cercare cavilli.

Tesori d'immaginazione

Berna spera di trovare compromessi onorevoli su questi temi spinosi prima che l'attuale capo negoziatore dell'Unione, l'irlandese David O'Sullivan, faccia le valigie a destinazione di Washington, in novembre.

Ci vorrà più tempo e, soprattutto, il dispiegamento di tesori immaginazione che non sono attualmente indovinabili, per far saltare il secondo blocco che gli svizzeri hanno essi stessi posto il 9 febbraio, decidendo di calpestare il sacrosanto principio europeo della libera circolazione delle persone.

L'adozione dell'iniziativa contro l'immigrazione di massa, tradotta in un articolo costituzionale che dovrà essere dettagliato nella legislazione svizzera al più tardi nel febbraio del 2017, minaccia non solo lo sviluppo delle relazioni tra la Svizzera e l'UE, ma anche la sopravvivenza di molti accordi che legano le due parti dal 1999. La decisione elvetica è stata presa molto male dall'Unione, che tuttavia, finora, non ha rotto tutti i ponti.

Lascia o raddoppia

Certo, l'UE ha sospeso la negoziazione di accordi che consentirebbero agli svizzeri di essere pienamente associati ai nuovi programmi europei di ricerca (Horizon 2020) e d'istruzione (Erasmus+). Ma a Bruxelles lo si riconosce: data l'importanza della Svizzera sulla scena europea della ricerca, "si riflette sulla possibilità di stabilire una collaborazione ad hoc al di fuori di qualsiasi quadro istituzionale, che permetterebbe agli svizzeri di essere integrati in programmi specifici".

L'UE preserverebbe così i propri interessi. Inoltre, darebbe pegni di buona volontà al popolo svizzero, nella speranza, un po' pazza, che rimetta in discussione il nuovo articolo costituzionale alla fine del 2016, nell'ambito di una votazione d'insieme sul futuro della politica di integrazione europea della Svizzera. Lo stesso ministro svizzero degli affari esteri Didier Burkhalter, che attualmente presiede la Confederazione, ha evocato questa eventualità.

"Tutti gli elementi sono riuniti per un salutare faccia a faccia, che non è privo di pericoli. Sarà quasi un lascia o raddoppia", commenta Jean Russotto.

Un diritto non negoziabile

L'Unione ha anche accettato di proseguire i negoziati avviati con la Confederazione in diversi settori (elettricità, accesso al mercato dei prodotti chimici, scambio di emissioni di CO2, prodotti agricoli trasformati, salute e tutela dei consumatori, ecc.) ma fissando dei limiti: degli accordi potranno andare in porto, ma nessuno di essi sarà firmato prima che la Svizzera abbia trovato una "soluzione accettabile" sul rompicapo della libera circolazione delle persone.

In questo contesto, il Servizio per l'azione esterna dell'Unione europea si appresta a opporre un rifiuto alla richiesta di rinegoziazione dell'accordo sulla libera circolazione che Berna gli ha trasmesso il 7 luglio scorso.

Non è tanto il principio di rinegoziazione ma piuttosto i principi alla base che sono giudicati inaccettabili a Bruxelles. "Noi non siamo disposti a discutere della reintroduzione di contingenti o del sistema di preferenze nazionali", si ribadisce in continuazione da parte europea.

La nomina di una nuova Commissione europea, in novembre, non cambierà nulla. L'ex primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker, che la presiederà, è già stato molto chiaro in merito nel corso delle audizioni dinanzi ai vari gruppi politici del Parlamento europeo che hanno preceduto la sua elezione, il 15 luglio a Strasburgo.

Mentre anche il dibattito sulle migrazioni s'infiamma in diversi Stati membri dell'UE – in particolare nel Regno Unito –, Junker ha sottolineato che la libera circolazione dei lavoratori in Europa è "un diritto fondamentale non negoziabile".


(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch

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