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Ajla Hadziavdic, frontaliera in Liechtenstein "Vivo da straniera in Svizzera e faccio la frontaliera nel mio paese"

Giovane donna davanti a un edificio scolastico

Ajla Hadziavdic davanti all'ingresso della sua scuola a Balzers (Liechtenstein).

(Mattia Balsiger)

Quando si parla di frontalieri, si pensa prima di tutto ai cantoni di Ticino, Ginevra e Basilea. Non è così però al confine con il vicino più piccolo della Svizzera, il Liechtenstein. Da nessun'altra parte, infatti, la quota di "migranti giornalieri" è così alta come nel Principato. swissinfo.ch ha incontrato una di loro.

È uno degli ultimi giorni caldi d'estate quando incontro Ajla Hadziavdic nel cortile della scuola secondaria di Balzers, in Liechtenstein. Fin da subito appare evidente che la neolaureata e la professione di insegnante vanno a braccetto almeno quanto il Liechtenstein e la Svizzera.

Anche se è soltanto al secondo giorno di scuola, l'impressione è che Ajla eserciti da anni e abbia già un ottimo rapporto con il corpo docenti. Con una buona dose di sicurezza e un umorismo contagioso, la 25enne ci conduce attraverso le aule del moderno edificio scolastico.

Dopo un caffè usciamo di nuovo sotto il sole di mezzogiorno. "Andiamo a dare un'occhiata a quel ponte", suggerisce Ajla, indicando uno dei nove valichi di frontiera sul Reno che collegano la Svizzera al Liechtenstein.

Una frontiera invisibile

Chi attraversa la frontiera con l'Italia, la Francia o la Germania si rende subito conto di come le dogane, le barriere e i controlli non siano completamente scomparsi, nonostante l'accordo di Schengen e il principio della libera circolazione delle persone.

La situazione è diversa lungo i 41 chilometri di confine con il Liechtenstein, grazie al trattato di unione doganale sottoscritto nel 1923 tra la Confederazione e il Principato. Sul ponte che Ajla attraversa ogni giorno in automobile non ci sono linee di demarcazione e la frontiera è segnata soltanto da un cartello con la bandiera svizzera.

Eppure gli scambi tra i due paesi non sono del tutto privi di ostacoli, in particolare perché il Liechtenstein riconosce solo parzialmente la doppia cittadinanza e ha introdotto un sistema di quote per limitare l'immigrazione. Per le coppie non sposate, inoltre, sono necessari tre anni di convivenza e una garanzia di 84'000 franchi affinché il partner straniero possa risiedere nel Principato .

Libera circolazione e permessi di dimora

Il Principato del Liechtenstein, che conta 37'800 abitanti, ha introdotto un sistema di contingenti per limitare l'immigrazione. Ai cittadini dei paesi membri dell'Unione europea (UE) e dello Spazio economico europeo (SEE) sono concessi 72 permessi di dimora l'anno, mentre ai lavoratori svizzeri 17. I ricongiungimenti famigliari e i permessi per frontalieri non sono invece sottoposti a contingenti.

Alle coppie non sposate, dove uno dei partner non è domiciliato nel Liechtenstein, le autorità impongono un vincolo finanziario per risiedere nel Principato. La persona domiciliata deve depositare su un conto vincolato una garanzia bancaria di 84'000 franchi. Poiché non esiste un obbligo di mantenimento reciproco per le coppie non sposate, questa somma è utilizzata come protezione contro un'eventuale richiesta di prestazione sociale.

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Traslocare in Svizzera

"Fino all'anno scorso per me sarebbe stato impensabile abitare in Svizzera, perché sono molto legata al mio paese", racconta Ajla. Ma quando ha deciso di andare a convivere con il compagno, cittadino elvetico di origine bosniaca, un trasloco in Svizzera è apparso come la scelta migliore. Per la coppia era infatti impossibile adempiere gli obblighi imposti dalla legge.

"È stata questa la ragione principale per la quale ho deciso di trasferirmi in Svizzera e di lavorare come frontaliera in Liechtenstein", afferma la giovane, che dal 1° giugno vive a Buchs, nel canton San Gallo.

"Anche in Liechtenstein la questione dei frontalieri accende gli animi, ma in misura minore"

Ajla Hadziavdic, frontaliera svizzera in Liechtenstein

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In Liechtenstein i lavoratori frontalieri sono circa il 53% della popolazione attiva. "Nella nostra scuola, quasi la metà dei docenti (11 su 24) proviene dalla Svizzera e dall'Austria. In altre scuole dove ho lavorato, la proporzione era anche più alta", spiega Ajla.

Le chiedo se anche qui, come in Ticino e a Ginevra, il tema dei frontalieri è oggetto di accesi dibattiti e suscita sentimenti difensivi. "Anche in Liechtenstein la questione accende gli animi, ma in misura minore", risponde Ajla. In particolare, i lavoratori austriaci e tedeschi sono accusati di abbassare i salari, provocando una concorrenza sleale nei confronti dei residenti.

"Nel mio lavoro, però, non percepisco questo malcontento. E poi io sono in una situazione particolare, poiché vivo da straniera in Svizzera e faccio la frontaliera nel mio paese".

Sentirsi a casa in Liechtenstein

La patria è un tema importante per Ajla. Figlia di profughi bosniaci, si sente cittadina del Liechtenstein a pieno titolo e non ha mai avuto dubbi riguardo alla possibilità di naturalizzarsi.

"La mia famiglia aveva un visto umanitario dal 1992 al 2001 e ciò ha ritardato la mia richiesta di cittadinanza. Così, le autorità non hanno tenuto conto degli anni che ho trascorso in Liechtenstein dalla nascita fino ai nove anni”.

Nel Principato, i cittadini stranieri possono depositare una domanda di naturalizzazione facilitata dopo trent'anni di residenza oppure sottoporre la propria candidatura al voto degli abitanti del comune di residenza e all'approvazione del parlamento. Ajla ci ha provato e con successo. "Non ho avuto alcun problema con la procedura. Tuttavia, devo ammettere che fa davvero male quando vedi che 324 persone votano contro di te. Dopotutto sono nata qui e non ho mai fatto nulla di male".

Anche se Ajla sottolinea di non aver avuto esperienze negative in quanto "straniera", qualche ostacolo non è mancato. "Quando ho chiesto un permesso di soggiorno (C), le autorità volevano farmi firmare un documento che certificava che non avrei fatto domanda per una borsa di studio".

"I miei genitori però non hanno voluto accettare questa condizione, perché per loro era molto importante che avessi una buona istruzione", racconta Ajla. "Così ho mantenuto il permesso di dimora (B) e ho ricevuto i sussidi statali, che mi hanno aiutata a portare a termine la formazione d’insegnante senza restrizioni."


Traduzione dal tedesco: Stefania Summermatter, swissinfo.ch

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