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Svizzera - Italia


L’accordo fiscale con Roma supera la prima prova a Berna




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Mentre il contenzioso sui fondi depositati dai contribuenti italiani nelle banche svizzere si avvicina ad una soluzione, appare ancora lontana un'intesa per la vertenza sull'imposizione dei frontalieri nel Canton Ticino. (Keystone)

Mentre il contenzioso sui fondi depositati dai contribuenti italiani nelle banche svizzere si avvicina ad una soluzione, appare ancora lontana un'intesa per la vertenza sull'imposizione dei frontalieri nel Canton Ticino.

(Keystone)

La Camera del popolo ha approvato lunedì a grande maggioranza la modifica della convenzione fiscale tra Svizzera e Italia, frutto di tre anni di difficili negoziati. L’accordo permetterà di accantonare finalmente il più grande contenzioso che offuscava le relazioni tra i due paesi, ma altri cantieri rimangono ancora aperti. 

“Vi prego di approvare questa convenzione fiscale. Ci consente non solo di perfezionare la regolarizzazione del passato, ma anche di regolare il futuro nel quadro dello scambio d’informazioni”, ha dichiarato lunedì la ministra di giustizia e polizia Eveline Widmer-Schlumpf dinnanzi ai membri della Camera del popolo. Un invito seguito dai deputati, che hanno ratificato con 129 voti contro 13 e 39 astensioni il protocollo di modifica dell’accordo fiscale in vigore con l’Italia. Dopo questo voto massiccio, l’approvazione anche da parte della Camera dei Cantoni sembra ormai scontata. 

Vertenze in sospeso 

La controversia sugli averi depositati nelle banche svizzere dai cittadini italiani è già in corso da molto tempo tra i due paesi. Da parte italiana si suppone che in Svizzera si trovi circa l’85% dei fondi nascosti all’estero, da 100 a 200 miliardi di euro. Gli scudi fiscali applicati finora da Roma hanno permesso di recuperare solo una piccola parte di questi capitali. 

Il governo italiano ha posto già da diversi anni la Svizzera su due liste nere, adottando misure che penalizzano gli scambi  transfrontalieri, gli investimenti diretti e l’industria di esportazione elvetica. La prima lista concerne l’imposizione delle persone fisiche, mentre la seconda si applica alle imprese domiciliate in Svizzera. 

La Svizzera chiede da tempo un migliore accesso per le sue banche al mercato italiano. Roma ha frenato finora tale richiesta, in attesa di una soluzione sulla vertenza fiscale. 

Il Canton Ticino rivendica una revisione dell’accordo tra Svizzera e Italia sull’imposizione dei lavoratori transfrontalieri. Attualmente il fisco ticinese preleva un’imposta alla fonte sui redditi dei frontalieri, di cui il 38,8% viene riversato ai vicini Comuni italiani. 

L’accordo risale al 1976 e porta ancora il nome di “Convenzione per evitare le doppie imposizioni”. Inizialmente doveva infatti servire in primo luogo, come la maggior parte delle convenzioni analoghe, a fare in modo che dei contribuenti non fossero ingiustamente assoggettati sia in Svizzera che in Italia. Ma, oggi, le modifiche apportate mirano ad impedire esattamente il contrario, ossia che dei contribuenti non possano sfuggire al fisco in entrambi i paesi. Secondo le stime, i capitali nascosti dai cittadini italiani nelle banche svizzere in questi ultimi decenni ammontano a 100 – 200 miliardi di euro. 

Gettito di 3,8 miliardi di euro 

L’obbiettivo è quindi quello di far riemergere questi fondi nell’interesse dei due paesi. Roma può recuperare almeno una parte delle imposte evase e Berna può regolarizzare il passato a condizioni che non dovrebbero far fuggire la clientela italiana dalle sue banche. Grazie all’accordo, anche la Svizzera può infatti beneficiare delle condizioni previste dalla “voluntary disclosure” – il programma italiano di autodenuncia dei capitali detenuti all’estero – per i paesi che non figurano sulla lista nera italiana. Pur avendo già aderito da diversi anni agli standard dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sullo scambio d’informazioni, la Confederazione non è stata ancora stralciata dalla lista italiana dei paesi non cooperativi in materia fiscale. 

Concretamente, i contribuenti italiani possono regolarizzare i loro averi depositati nelle banche elvetiche senza temere un raddoppio delle sanzioni e dei termini di prescrizione, come è invece il caso per i paesi iscritti nella black list. “Fino al 5 novembre scorso, in Italia sono già state inoltrate 80'000 domane di regolarizzazione del passato. Si stima che circa l’85% di queste domande siano pervenute da detentori di conti in Svizzera”, ha indicato Eveline Widmer-Schlumpf. L’Agenzia delle entrate italiana ha annunciato pochi giorni fa che, da una prima valutazione, la voluntary disclosure dovrebbe assicurare un gettito fiscale di almeno 3,8 miliardi di euro. 

I termini di adesione al programma di collaborazione volontaria sono giunti a scadenza il 30 novembre scorso, ma i contribuenti hanno ancora tempo fino alla fine di dicembre per presentare tutta la loro documentazione. Ciò che rientra nel loro interesse, dal momento che la voluntary disclosure prevede il pagamento di imposte retroattive e di sanzioni ridotte, ma esclude la punibilità per reati tributari. E, ben presto, sarà molto più difficile sfuggire al fisco dopo l’introduzione dello scambio automatico d’informazioni, a cui anche la Svizzera aderirà probabilmente dal 1° gennaio 2017. 

Posizione più debole 

Dopo anni di screzi e di difficili negoziati, pace conclusa quindi tra Svizzera e Italia con questo accordo? Purtroppo no. “Rimangono aperti ancora molto cantieri”, ha sottolineato Eveline Widmer-Schlumpf. Cantieri sui quali i negoziatori dei due paesi stanno ancora lavorando nel quadro della “road map”, concordata nel febbraio scorso. I principali punti di attrito in sospeso riguardano il futuro passaggio, senza nuovi traumi, allo scambio automatico d’informazioni tra i due paesi, lo stralcio della Svizzera da tutte le liste nere italiane, l’accesso delle banche svizzere al mercato finanziario italiano e l’imposizione dei frontalieri.

Stretti rapporti bilaterali

L’Italia è il terzo partner commerciale della Svizzera, dopo la Germania e gli Stati Uniti. Nel 2014, il 9,9% delle importazioni svizzere proveniva dall’Italia, mentre il 6,6% dell’export elvetico era diretto nella Penisola. 

Con una quota del 4,8%, la Svizzera rappresentava nel 2014 il quarto mercato d’esportazione per l’economia italiana, dopo Germania, Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. La Svizzera risultava invece al nono rango tra i fornitori di beni e servizi (3%). 

La Svizzera è inoltre il settimo paese investitore in Italia, dove le aziende elvetiche danno lavoro a 78'000 persone. Circa 68'000 frontalieri italiani lavorano inoltre nella Confederazione. Da parte sua l’Italia si situa al decimo rango per quanto riguarda gli investimenti in Svizzera, che assicurano 13'000 posti di lavoro. 

Sul territorio svizzero vivono oltre 500'000 persone con passaporto italiano, mentre in Italia risiedono 51'000 cittadini svizzeri.

Se nei rapporti tra Berna e Roma si denota una certa distensione dopo questo primo accordo fiscale, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda le relazioni tra il Canton Ticino e la vicina Penisola. Dal punto di vista della Lega dei ticinesi, la conclusione di questo accordo indebolisce la posizione della Svizzera nei negoziati ancora in corso. 

“L’accordo fiscale andava vincolato in modo inscindibile con altre questioni che si trovano da molto tempo sul tavolo dei negoziati, come la fiscalità dei frontalieri o l’accesso degli operatori svizzeri al mercato finanziario italiano. È quanto aveva promesso d’altronde Berna al governo ticinese. Adesso si sta invece spezzettando il pacchetto e ogni questione viene negoziata singolarmente, con il risultato che ben presto la Svizzera non avrà più nessun argomento da far valere per ottenere delle concessioni anche da parte italiana”, dichiara Lorenzo Quadri, deputato della Lega dei ticinesi, che lunedì ha respinto la modifica dell’accordo fiscale. 

Fiscalità dei frontalieri 

Una visione non condivisa dalla deputata socialista Ada Marra: “La modifica dell’accordo era indispensabile per evitare che la Svizzera fosse discriminata rispetto ad altri paesi nell’ambito del programma di voluntary disclosure. Ciò che avrebbe provocato una esodo massiccio di capitali dalle nostre banche. Ed era pure indispensabile per permettere alla Svizzera di uscire dalle liste nere, che non toccano soltanto il settore finanziario, ma che creano anche grandi ostacoli burocratici e fiscali per le imprese svizzere che vogliono operare in Italia”. 

Pomo della discordia tra Canton Ticino e vicina Italia rimane la questione dei frontalieri e, in particolare, della loro imposizione fiscale. Nel quadro della road map, Berna e Roma stanno negoziando un accordo che prevede l'introduzione dello "splitting" fiscale al posto dell'attuale sistema dei ristorni all’Italia delle imposte alla fonte prelevate dal Canton Ticino. Secondo diversi politici ticinesi, in particolare della Lega, il tenore dell’accordo non è per nulla soddisfacente, poiché farebbe affluire solo pochi milioni in più nelle casse cantonali. 

“Non ci opponiamo al fatto che l’Italia, come paese di residenza dei frontalieri, abbia il vantaggio fiscale maggiore. Ma vogliamo due cose. Uno, che anche il Canton Ticino abbia un vantaggio consistente, ossia almeno quei 60 milioni di franchi che equivalgono all’ammontare attuale dei ristorni. E non 3 o 4 milioni di franchi, come previsto finora dall’accordo. E due, che questo aumento d’imposta avvenga effettivamente in tempi brevi, poiché l’aumento della pressione fiscale sui frontalieri ha anche un’importante funzione antidumping, in quanto non potrebbero più accettare così facilmente salari bassi in Ticino”, dichiara Lorenzo Quadri. 

swissinfo.ch



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