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Transizione democratica in Tunisia


«Il Premio Nobel per la Pace è per noi una fierezza»


Di Islah Bakhat


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Il ministro svizzero degli affari esteri Didier Burkhalter ha ricevuto il suo omologo tunisino Taieb Baccouche il 13 ottobre 2015 a Berna. (Keystone)

Il ministro svizzero degli affari esteri Didier Burkhalter ha ricevuto il suo omologo tunisino Taieb Baccouche il 13 ottobre 2015 a Berna.

(Keystone)

Di passaggio a Berna, il capo della diplomazia tunisina Taieb Baccouche si rallegra del successo della transizione democratica nel suo paese. Cinque anni dopo la rivoluzione, i giovani non ne raccolgono però sempre i frutti in termini «di impiego e di vita decente», spiega nell’intervista a swissinfo.ch.

In occasione di una visita di lavoro, pochi giorni dopo l’annuncio del Premio Nobel per la Pace a un collettivo di organizzazioni per il dialogo nazionale in Tunisia, il ministro degli affari esteri Taieb Baccouche è stato ricevuto dalla presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga e dal suo omologo Didier Burkhalter.

L’incontro a Berna è stato un’occasione per evocare i dossier della restituzione dei fondi Ben Ali e del sostegno elvetico alla transizione democratica in Tunisia. Ha inoltre permesso di preparare la visita di Stato del presidente Béji Caid Essebsi, prevista nella capitale elvetica nel mese di novembre.

swissinfo.ch: In quanto ex segretario generale dell’Unione generale tunisina del lavoro (UGTT), che divide con altre tre organizzazioni tunisine il Premio Nobel per la Pace 2015, come ha reagito a questo riconoscimento?

Taieb Baccouche: Con molta fierezza. Questo premio va alla Tunisia, ma anche a tutte le forze del nostro paese che hanno contribuito alla riuscita del processo democratico. Bisogna comunque riconoscere che il merito è soprattutto del Quartetto per il dialogo nazionale in Tunisia [formato dall’UGTT, dalla Lega tunisina per i diritti umani, dall’Ordine nazionale degli avvocati tunisini e dall’Unione tunisina dell’industria, del commercio e dell’artigianato, ndr], senza il quale il cammino verso la democrazia sarebbe stato irto di ostacoli.

swissinfo.ch: Quale ruolo svolge oggi la società civile nel consolidamento di questo dialogo?

T. B.: La società civile ha fatto del Quartetto un’istituzione non ufficiale, è vero, ma è sempre pronta a reagire. Quando il dialogo incontra un ostacolo, la società civile tenta di ristabilire l’equilibrio nella vita politica. È una reazione positiva che non si trova da nessuna altra parte nel mondo arabo.

swissinfo.ch: Con i suoi omologhi svizzeri ha parlato dei fondi tunisini bloccati dal Ministero pubblico della Confederazione. Questi potranno essere recuperati in tempi brevi?

T. B.: La questione non si pone in termini di scadenze, ma politici. Quello che bisogna fare è “rimettere la macchina sulla via giusta”. La volontà politica c’è, esiste. Rimangono gli aspetti giuridici e giudiziari. Non dimentichiamo che la Svizzera è un paese di istituzioni. Dobbiamo quindi rispettare le tradizioni della Confederazione e le procedure della giustizia elvetica. Detto questo, non dubitiamo affatto della buona volontà delle autorità svizzere di accelerare le procedure. La questione dei fondi dipende da procedure giudiziarie comuni alla Svizzera e alla Tunisia.

swissinfo.ch: Dalla Rivoluzione dei Gelsomini, la Svizzera fornisce il suo sostegno alla Tunisia in diversi settori: sorveglianza delle elezioni, media, diritti umani, insegnamento, ambiente,… Qual è secondo lei il miglior aiuto che la Svizzera può offrire al suo paese?

T. B.: Penso che la Svizzera possa innanzitutto aiutarci nel settore della formazione, in particolare nell’ambito della giustizia militare. D’altronde, a questo proposito, esiste già un accordo di principio. La Svizzera può anche incoraggiare i giovani a creare delle piccole aziende. Inoltre, l’aiuto fornito agli investitori rimane sempre auspicabile, così come l’aiuto alle ditte svizzere attive in Tunisia, che creano impieghi per i giovani. Basandosi sulla concertazione, la Svizzera può anche contribuire alla gestione del problema dell’immigrazione, impedendo l’immigrazione illegale a beneficio di quella controllata.

swissinfo.ch: La nuova Costituzione tunisina insiste sulla decentralizzazione, la governanza locale e la divisione del potere. La Tunisia s’ispira al modello federale svizzero?

T. B.: Ogni paese ha le sue regole e le sue tradizioni, le quali non possono essere applicate alla lettera altrove. L’esperienza tunisina, ad esempio, non può essere esportata poiché rimane legata alla società tunisina, alle sue specificità, al suo sviluppo politico e sociale. Lo stesso vale per la Svizzera, il cui sistema non può essere adottato da un altro paese europeo. Quindi, se vogliamo ispirarci al modello svizzero, dobbiamo considerare ciò che è suscettibile di essere applicato da noi. Ad esempio, il fatto di accordare maggior potere alle grandi regioni e alle autorità locali, sia a livello della gestione quotidiana dei problemi sia a quello della pianificazione dei progetti. È in questo senso che possiamo ispirarci al modello svizzero. Le autorità elvetiche ci hanno d’altronde assicurato il loro sostegno in merito.

swissinfo.ch: La comunità internazionale riconosce che la transizione democratica in Tunisia è un successo. Tuttavia, rimangono molte sfide da affrontare. Numerosi rapporti internazionali parlano di corruzione, frodi doganali, aumento della disoccupazione, povertà, minaccia terroristica, problemi di sicurezza… Quali sono le sue priorità nella lotta a questi problemi?

T. B.: Il successo politico dipende dal successo economico e sociale, il quale dipende dal livello di sicurezza che regna in un paese. Le cose sono quindi strettamente legate. La violenza e il terrorismo minacciano la stabilità economica e sociale e ritardano lo sviluppo. Ma garantire la sicurezza non è responsabilità di un solo paese. Oggigiorno la sicurezza è un problema con cui è confrontata tutta la regione. Non possiamo risolvere i problemi in modo soddisfacente in Tunisia, se non vengono risolti in Libia. Le questioni nazionali devono essere ripensate in un contesto regionale.

swissinfo.ch: In Tunisia il livello d’insegnamento è elevato. Come spiegare allora il fatto che dei giovani tunisini si arruolano in gruppi armati all’estero, come lo Stato islamico? Non è un segnale di una certa disillusione di fronte a una rivoluzione tunisina che non ha mantenuto tutte le sue promesse?

T. B.: Non bisogna pensare in un’ottica di disillusione. Osserviamo piuttosto la realtà in modo oggettivo. I giovani di cui parla conoscono la disoccupazione, la povertà e la marginalizzazione. Non sorprende quindi che vadano a combattere, allettati dalla grande quantità di denaro che viene loro offerta. Ma questo problema non riguarda soltanto la gioventù tunisina, concerne anche quella europea. Ripeto: consideriamo la realtà tunisina con oggettività: cinque anni dopo la rivoluzione, i nostri giovani continuano a non vedere dei risultati in termini di impieghi e di vita decente.

swissinfo.ch: Possiamo affermare che la Tunisia sta andando bene?

T. B.: A livello politico sì, visto che è riuscita a realizzare la transizione democratica. Ma questa vittoria deve essere rafforzata con un successo economico, sociale e di sicurezza. Rimaniamo ottimisti.


Traduzione di swissinfo.ch, swissinfo.ch

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