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Yemane Gebreab

KEYSTONE/SALVATORE DI NOLFI

(sda-ats)

"Gli eritrei che arrivano in Svizzera e altri Paesi, sono giovani e ben istruiti. Noi abbiamo investito molte risorse e denari su di loro. Non vogliamo che partano.

È una perdita per noi". Lo ha dichiarato alla RSI Yemane Gebreab, consigliere del presidente eritreo Isaias Afewerki.

"Stiamo cercando di creare la condizioni perché restino in Eritrea", ha aggiunto Gebreab, che è anche direttore politico dell'unico partito presente nel Paese, il Fronte popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ).

L'intervista, trasmessa oggi nel RadioGiornale RSI, è stata realizzata ieri dopo un colloquio bilaterale tra Gebreab e la consigliera federale Simonetta Sommaruga al Palazzo di Vetro dell'Onu, a New York.

Se qualcuno dei giovani arriva in Svizzera - ha detto ancora - sa che cosa deve dire per ottenere il permesso di residenza o l'asilo politico. "Se dichiarano di essere lì per avere un lavoro migliore, la Svizzera non concederà il diritto di rimanere. Perciò devono dire cose negative sul Paese da cui provengono". Per ogni giovane che lascia l'Eritrea - ha proseguito - ce ne sono 20 o più che restano.

Quelli che partono dal Paese sono il 5%. Quindi per il 95% ci sono le possibilità per restare. Se si guarda alla Svizzera, arrivano persone da tutto il mondo, non solo dall'Africa ma da ovunque, "perché pensano che la Svizzera offra loro migliori opportunità".

Nel 2016, ha dichiarato ancora Gebreab nell'intervista alla RSI, 1.500 eritrei sono entrati ogni mese in Europa. Di questi, almeno un terzo "si dichiarano eritrei ma non lo sono: sono sudanesi, etiopi... perché c'è un trattamento speciale per gli eritrei".

Quanto al mancato rispetto dei diritti umani in Eritrea, che spinge molti a fuggire e chiedere asilo in Europa, l'intervistato ha ammesso la presenza di lacune in questa materia, ma ha voluto precisare che "la gente non scappa dall'Eritrea perché ritiene che i propri diritti siano violati".

"Stiamo cercando di costruire un sistema politico in Eritrea. Ci vuole tempo e noi ce lo prenderemo. Ma questo non vuol dire che i giovani siano oppressi e che se ne vadano per questo. Gli eritrei che sono in Svizzera non sono oppressi, sono lì perché cercano migliori opportunità economiche".

"Ogni estate - ha ancora dichiarato - migliaia di eritrei tornano a casa per diversi motivi: visite alla famiglia, si sposano, avviano un'attività economica o comprano una casa... Se fossero oppressi e temessero per la loro vita, non ritornerebbero nel loro Paese ogni estate".

Il giornalista ha inoltre sollevato la questione della tassa che gli eritrei che giungono in Svizzera sono obbligati a pagare, denaro che finisce nelle mani del governo. "È la tassa per la ricostruzione - ha risposto Gebreab - che riguarda tutti gli eritrei che vivono all'estero. Venne introdotta nel 1992 quando l'Eritrea combatté la guerra per l'indipendenza ed era un Paese devastato. Dovevamo ricostruirlo. Per questo abbiamo chiesto alla nostra comunità della diaspora il 2% dello stipendio netto". Chi non la paga va in galera, come in qualsiasi Paese, "indipendentemente dal fatto che il tuo governo ti piaccia o no".

sda-ats

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