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La foto di gruppo per la conferenza per l'apertura della conferenza di pace con gruppi etnici birmani.

Keystone/AP/AUNG SHINE OO

(sda-ats)

È iniziata oggi in Birmania la Conferenza di pace dell'Unione, ambiziosa tornata di negoziati voluta da Aung San Suu Kyi per porre fine a una serie di conflitti etnici attivi da oltre mezzo secolo, ponendo così le basi per un nuovo equilibrio istituzionale nel Paese.

Nella capitale Naypyidaw, oltre 800 rappresentanti del governo, del Parlamento e dei maggiori gruppi etnici parteciperanno a quella che è stata ribattezzata "Conferenza di Panglong del 21mo secolo", un chiaro riferimento all'accordo siglato nel 1947 nella cittadina nell'est del Paese dal generale Aung San - padre di Suu Kyi - con alcuni gruppi etnici. Le decisioni raggiunte in quell'occasione, poi largamente disattese, rimangono un potente simbolo nazionale della possibilità di trovare un compromesso tra interessi largamente divergenti.

"Lo spirito di Panglong è ancora necessario oggi per raggiungere una pace interna duratura", ha detto Suu Kyi, plenipotenziaria di fatto nell'amministrazione del presidente Htin Kyaw, aprendo oggi i lavori della conferenza. Nelle intenzioni, i rappresentanti delle parti coinvolte si incontreranno ogni sei mesi per continuare i colloqui.

Le sfide che si prospettano sono però enormi. In un Paese di 135 gruppi etnici riconosciuti, dove la maggioranza Bamar rappresenta due terzi della popolazione, la struttura di potere rimane fortemente centralizzata e Bamar-centrica, con un potere spropositato nelle mani delle forze armate.

I gruppi etnici albergano aspirazioni federaliste, ma sono caratterizzati da divisioni anche al loro interno, con alleanze cangianti dipendenti spesso dai singoli comandanti delle milizie etniche.

Alla conferenza non sono stati invitati rappresentanti della minoranza musulmana Rohingya, di cui 120'000 persone rimangono prigioniere di squallidi campi di sfollati nell'ovest del Paese dopo le violenze del 2012.

sda-ats

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