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Il Consiglio federale dice "no" al divieto di finanziamento alla moschee dall'estero (foto d'archivio).

KEYSTONE/PETER KLAUNZER

(sda-ats)

Il finanziamento di moschee e centri islamici svizzeri con fondi provenienti dall'estero non deve essere vietato e gli imam non devono essere obbligati a tenere le prediche nella lingua locale.

È quanto ritiene il Consiglio federale che, respingendo una mozione del consigliere nazionale Lorenzo Quadri (TI/Lega), sottolinea la necessità di non discriminare le comunità musulmane.

Il deputato ticinese aveva rilevato come, secondo indagini giornalistiche, il governo turco finanzierebbe 35 moschee e centri islamici nella Confederazione, con l'obiettivo, concreto o presunto, "di promuovere la diffusione in Svizzera dell'islam radicale". La vicina Austria, ricordava Quadri, confrontata con il medesimo problema, ha decretato un divieto di finanziamenti esteri per luoghi di culto islamici e l'obbligo per gli imam di predicare nella lingua nazionale.

Nella sua risposta pubblicata oggi, il governo si dice consapevole "dei rischi che le comunità e i predicatori islamici estremisti costituiscono per la sicurezza nazionale, l'evoluzione della società e la pace religiosa." Sottolinea tuttavia che diritti fondamentali quali la libertà religiosa, la libertà di associazione o la libertà di lingua valgono sia per i musulmani che per i membri di altre comunità religiose o per le persone non religiose.

"La parità di trattamento deve essere applicabile tra musulmani e non musulmani, sia a livello individuale che di associazione", precisa ancora l'esecutivo, aggiungendo che "ogni restrizione di un diritto fondamentale deve essere fondata su una base legale e giustificata da un interesse pubblico o dalla tutela di diritti fondamentali di terzi".

Il Consiglio federale ricorda ancora che l'articolo 7 dell'ordinanza sull'integrazione degli stranieri prevede già che gli stranieri che intendono lavorare come consulenti religiosi in Svizzera devono possedere conoscenze della lingua parlata nel luogo di lavoro. "Devono inoltre avere dimestichezza con il sistema di valori sociale e giuridico della Svizzera ed essere in grado, in caso di necessità, di trasmettere tali conoscenze agli stranieri cui offrono consulenza".

Secondo l'esecutivo, il quadro normativo in Austria - cui si riferisce Quadri nella mozione - non è direttamente comparabile a quello svizzero. Nel vicino Stato, per esempio, le comunità religiose islamiche sono riconosciute a livello nazionale ed è Vienna a definire le pertinenti condizioni. Nel nostro Paese il riconoscimento spetta ai Cantoni.

Il Consiglio federale ritiene, infine, che gli strumenti legali disponibili siano sufficienti per combattere i rischi rappresentati dalle comunità e dai predicatori islamici estremisti.

sda-ats

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