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Correva il 1964 e il lago era quello di Neuchâtel.

Keystone/STR

(sda-ats)

"Una storia di successo": così l'Ufficio federale dell'ambiente (Ufam) definisce la politica svizzera di depurazione delle acque degli ultimi 60 anni. Essa ha permesso di rendere di nuovo balneabili fiumi e ruscelli, con un investimento di 50 miliardi di franchi.

Un decimo del denaro è stato finanziato dalla Confederazione: gli ultimi 10 milioni saranno erogati da Berna quest'anno.

Verso la metà del secolo scorso le acque svizzere erano fortemente inquinate da acque di scarico urbane e industriali: "ruscelli ribollenti di schiume maleodoranti, morie di pesci, rifiuti nei fiumi e nei laghi erano all'ordine del giorno", rammenta l'Ufam in un dossier pubblicato in vista della Giornata mondiale dell'acqua del 22 marzo.

Non c'era fiume o lago in Svizzera in cui si potesse fare il bagno senza preoccupazioni. In alcuni casi la qualità dell'acqua era così cattiva che la balneazione doveva essere vietata per motivi sanitari. Le acque di scarico erano infatti in gran parte riversate in fiumi, ruscelli e laghi senza trattamento.

Dalla popolazione cominciarono a levarsi le richieste d'intervento, ma fu solo dopo il lancio dell'iniziativa popolare "Protezione delle acque contro l'inquinamento" - scrive l'Ufam - che la politica cominciò a prendere sul serio il problema e a realizzare quanto fosse urgente costruire una rete di canalizzazioni e di impianti di depurazione delle acque di scarico (IDA).

Se le cose ora stanno diversamente è grazie alla costruzione negli ultimi 60 anni di questa rete, cofinanziata dalla Confederazione, e al divieto dei fosfati nei detersivi, che il Consiglio federale ha imposto nel 1986.

Fino al 1965 i cittadini svizzeri allacciati a una centrale di depurazione delle acque erano il 14 per cento. Nel 2005 erano diventati il 97 per cento, il che - considerato che il 2 per cento della popolazione è rappresentato da persone che vivono in zone discoste o poco densamente abitate in cui non serve allacciamento - portava già allora il potenziale di sviluppo ancora non sfruttato all'1 per cento.

Nel frattempo alla rete elvetica di canalizzazioni, lunga ormai oltre 130'000 km, sono collegati 800 impianti di depurazione. E al potenziamento dell'intera opera, costata 50 miliardi di franchi svizzeri, ha contribuito la Confederazione con sovvenzioni ai Comuni per un totale di 5,3 miliardi di franchi.

In base alla legge federale sulla protezione delle acque, per mantenere e sviluppare questa infrastruttura, i Comuni e i consorzi di depurazione prelevano una tassa d'uso ispirata al principio "chi inquina paga". Questa tassa varia molto da Comune a Comune a seconda del sistema di trattamento. Per una famiglia svizzera di quattro persone i costi della depurazione vanno dai 20 ai 70 franchi al mese: meno di quanto costi in media il canone di collegamento mensile a televisione e telefono (circa 60 franchi), sottolinea l'Ufam.

Oggi che le acque di scarico non trattate finiscono solo in minima parte nei corsi d'acqua, la balneabilità di quasi tutti i fiumi e i laghi svizzeri è tornata ad essere "molto buona".

Secondo l'Ufam la sfida attuale è costituita dai microinquinanti, ovvero da residui di farmaci, prodotti fitosanitari, sostanze chimiche e ormoni che, non potendo essere eliminati dagli IDA, finiscono nei corsi d'acqua, con ripercussioni negative sull'ambiente.

Sebbene la qualità dell'acqua sia fortemente migliorata in questi anni, "molto resta ancora da fare". Ad esempio in agricoltura: a causa dei fitofarmaci usati per le colture, i piccoli e medi corsi d'acqua della Svizzera presentano deficit biologici che vanno sanati. Impianti di depurazione moderni e ben equipaggiati e un corretto impiego di questi prodotti saranno dunque indispensabili anche in futuro per garantire acqua pulita e di buona qualità ai nostri fiumi e laghi, conclude l'Ufficio federale dell'ambiente.

SDA-ATS