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La Bce lavora per la stabilità dell'Eurozona, non della Germania, nè obbedisce alle indicazioni della politica che, da parte sua, dovrebbe lavorare con maggiore decisione sulle riforme strutturali. Lo ha detto Mario Draghi, presidente BCE.

È un Mario Draghi risoluto e diretto quello apparso nella conferenza stampa di oggi, seguita a un direttivo nel quale, come previsto, i tassi di interesse sono stati lasciati fermi dopo l'allentamento senza precedenti annunciato il mese scorso.

Poche volte come negli ultimi giorni erano arrivati dalla Germania attacchi così duri nei confronti della politica monetaria ultra accomodante della banca centrale, a causa dei rischi che i tassi negativi comportano per il modello di business delle 'sparkassè. Le casse di risparmio teutoniche offrono infatti alla clientela rendimenti sostanziosi che, con il costo del denaro a zero o sotto zero, diventerebbe più difficile continuare a garantire. Proprio in virtù di ciò, i risparmiatori tedeschi si starebbero sempre più concentrando sul mercato immobiliare, alimentando il rischio di una bolla.

È questa la ragione dell'attacco di inusitata asprezza che lo scorso 11 aprile aveva spinto l'intransigente ministro delle Finanze di Berlino, Wolfgang Schaeuble, ad accusare senza mezzi termini Draghi di essere responsabile "al 50%" del recente successo elettorale degli euroscettici di Afd. Parole così pesanti che a raffreddare gli animi era intervenuto addirittura il 'falco dei falchì Jens Weidmann, tradizionale avversario di Draghi all'interno del direttivo di Francoforte, che proprio oggi ha avviato l'estensione a 80 miliardi di euro degli acquisti mensili di bond nell'ambito del programma di 'quantitative easing'.

Con Schaeuble, assicura il presidente della Bce, lo scorso weekend a Washington c'è stato un chiarimento "positivo, sincero, pacato e molto amichevole". E gli istituti tedeschi non dovrebbero lamentarsi troppo dati i "notevoli capital gain che realizzano grazie ai nostri acquisti di bond", ha puntualizzato Draghi, secondo il quale non c'è "alcuna prova significativa" che i tassi negativi "siano stati trasferiti ai correntisti". "Siamo del tutto consapevoli della complessità che queste misure comportano", ha assicurato Draghi, spiegando che "a un livello aggregato" non si è finora registrato un impatto negativo dei tassi sotto zero sul sistema bancario dell'Eurozona. E Berlino farebbe bene a rassegnarsi, dal momento che l'inflazione appare destinata a tornare sotto zero nei prossimi mesi e i tassi resteranno "ai livelli attuali o più bassi ben oltre l'orizzonte temporale del 'Qè", ovvero almeno per tutto il 2017.

Questa mancanza di effetti negativi sul sistema bancario, ha proseguito Draghi, non riguarderà tutte le nazioni e "non sarà vera per ogni livello di tasso negativo". Pertanto "non è questione di sì o no ma e questione di quanto". Ad ogni modo, alzando i tassi di interesse non si risolverebbero i problemi economici dell'Eurozona, anzi, l'attuale politica monetaria della Bce "è la condizione necessaria per un ritorno alla crescita dell'economia e dell'inflazione".

"Abbiamo un mandato per perseguire la stabilità dei prezzi in tutta l'Eurozona e non per la sola Germania", ha chiosato Draghi, "questo mandato è stabilito dalla legge europea: noi obbediamo alla legge e non ai politici, perchè siamo indipendenti". E sono proprio i politici a dover fare un'esame di coscienza, dato che se la ripresa dell'Eurozona è ancora lenta dipende in parte "dall'insufficiente applicazione delle riforme strutturali". "Le politiche della Bce funzionano e sono efficaci: date semplicemente loro il tempo di esplicare appieno i loro effetti" ha detto ancora Draghi, sottolineando che gli effetti di tali misure "si sentirebbero più velocemente" se anche i governi facessero la loro parte. In quest'ottica è stato ribadito il suggerimento, alquanto keynesiano, di effettuare massicci investimenti in infrastrutture pubbliche "che attirino investimenti e stimolino l'occupazione".

Molto interessante anche il passaggio sulla 'Brexit', che vede Draghi distaccarsi dalle posizioni apocalittiche di chi, come il capo del Fmi Christine Lagarde, paventa un salto nel buio dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Se, da una parte, fenomeni come il calo della sterlina segnalano un clima di incertezza destinato a durare, afferma il presidente della Bce, dall'altra i rischi per l'economia europea derivanti da un'eventuale uscita del Regno Unito dalla Ue sarebbero "limitati". Una rapida battuta, infine, per l'istituzione in Italia del fondo Atlante per sostenere le banche, definito "un piccolo passo nella direzione giusta".

sda-ats

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