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La candidata democratica Hillary Clinton

KEYSTONE/EPA LOS ANGELES TIMES POOL/IRFAN KHAN/POOL

(sda-ats)

Hillary Clinton sempre più vicina a diventare la prima donna candidata per la presidenza degli Stati Uniti.

Con la vittoria nelle primarie di Porto Rico, la ex first lady accorcia le distanze dalla nomination democratica: le mancano adesso infatti meno di 30 delegati (23 secondo alcuni conteggi) per raggiungere il 'numero magico' (2.383) necessario per assicurarsela, in vista della convention di luglio e alla vigilia della tappa decisiva domani con il voto in sei Stati, tra cui la California.

Punto di svolta, tra l'altro, per l'endorsement ufficiale di Barack Obama, suo ex rivale nelle primarie del 2008 ma che adesso si dice determinato a sostenerla prestando alla campagna di Hillary la sua influente voce, e a contare nel tentativo di scongiurare che Donald Trump gli succeda alla Casa Bianca.

Eppure soltanto poche ore fa Bernie Sanders dichiarava: "non è ancora finita. Sarà una convention aperta". Il senatore liberal del Vermont, che ha annunciato una sua conferenza stampa nelle prossime ore, ha tenuto il punto fino alla fine nella sua sorprendente corsa che, invocando una "rivoluzione politica", lo ha portato a pungolare non poco la ex first lady, ex senatrice, ex segretario di Stato che si gioca l'opportunità della vita e della Storia promettendo all'America e al mondo il primo presidente donna degli Stati Uniti.

Adesso però che i numeri sono ormai smaccatamente a favore della frontrunner, nell'altrimenti compattissimo fronte Sanders cominciano ad intravedersi le prime crepe: 'team Bernie' si divide, con da una parte i 'Sanderistas', i falchi che vogliono combattere contro Hillary fino alla fine, e dall'altra le colombe, che pensano sia giunto il momento di unire le forze dietro alla candidata, riferisce il Wall Street Journal riportando indiscrezioni di una spaccatura accentuatasi con la nuova vittoria di Hillary nelle primarie di Porto Rico.

Intanto il suo appello all'unità Hillary l'ha già lanciato, ricordando a Sanders e ai suoi supporter quello che fece lei nel 2008 quando la sfida era con Barack Obama: si ritirò e 'concesse' il suo seguito al rivale (poi eletto presidente che la scelse come sua segretario di Stato). Soltanto così, ha incalzato, battiamo Donald Trump.

In questo senso, un aiuto con l'elettorato liberal glielo darà senz'altro Obama, pronto a scendere in campo al suo fianco, con l'annuncio ufficiale atteso già entro questa settimana stando al New York Times. Del resto i segnali c'erano tutti, di una certa impazienza da parte del presidente di mettere a frutto la straordinaria popolarità (il 50% di gradimento) di cui gode in questa coda di mandato.

È allora sua intenzione "passare molto tempo impegnato sul campo in campagna elettorale", ha detto la responsabile per la comunicazione di Obama, Jennifer Psaki, confermando quindi che il suo staff alla Casa Bianca sta già lavorando sui dettagli "per come utilizzare al meglio la sua forza e il suo capacità di attrazione". Può spingere verso Hillary gli elettori indipendenti ancora perplessi e attirare i più giovani che fino ad ora hanno preferito Sanders. Ma soprattutto potrà a quel punto dare un nome all'oggetto delle dure critiche che va ripetendo da giorni.

Contro Donald Trump il monito di Obama da giorni è ormai costante, l'ultimo in occasione dell'inizio del Ramadan: "Con fermezza resto accanto alle comunità dei musulmani americani nel respingere le voci che vogliono dividerci o limitare le nostre libertà religiose o i nostri diritti civili", ha sottolineato nel messaggio per il mese sacro per i musulmani.

sda-ats

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