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A sei mesi dal suo rapimento nel sud delle Filippine, l'italiano Rolando Del Torchio è libero. L'ex missionario, che ha perso molto peso ed è in precarie condizioni di salute, è stato recuperato in serata dalle forze di sicurezza sull'isola di Sulu.

Le autorità non hanno rilasciato dettagli su trattative con i rapitori, ma i media filippini parlano di un riscatto che sarebbe stato pagato dalla famiglia.

Del Torchio, 57enne di Angera (Varese), il 7 ottobre era stato prelevato a forza dal suo ristorante "Ur Choice Cafè" a Dipolog, capoluogo della provincia di Zamboanga del Nord, nel sud delle Filippine. È stato abbandonato dai suoi sequestratori a bordo di una barca in partenza da Sulu alla volta di Zamboanga. Lì è stato ritrovato intorno alle 19.30 da una task force che ha unito polizia, Marina e Guardia costiera, e subito portato nel "Centro Traumi" gestito dalle forze armate sull'isola.

Né il governo italiano né quello filippino hanno spiegato come si è arrivati alla liberazione di Del Torchio. Manila segue tradizionalmente una politica di "nessun riscatto" per qualsiasi sequestro, ma almeno due rispettati siti di informazione filippini - "Rappler" e "The Inquirer" - scrivono che il rilascio è avvenuto dopo il pagamento di un riscatto di 30 milioni di pesos filippini (circa 620'000 franchi), citando fonti di intelligence.

Del Torchio, un esperto di agraria presente a Mindanao da 28 anni, aveva lavorato a fianco degli agricoltori e pescatori locali guadagnandosi le minacce dei potenti clan già negli anni Novanta, quando era scampato a un attentato. Dopo aver smesso la tonaca nel 1996, rimase sull'isola rimanendo attivo nel sociale, per poi aprire un suo ristorante. Non è chiaro perché i sequestratori abbiano puntato lui lo scorso ottobre. Ora che è finalmente libero, potrà aiutare a far luce sulla sua odissea.

Si crede che a tenere prigioniero Del Torchio siano stati dei militanti affiliati ad Abu Sayyaf, un gruppo islamico della zona che in passato era considerato legato ad al Qaida, ma che negli ultimi anni - ridotto a poche centinaia di membri - si è riciclato in un'organizzazione che si finanzia con i sequestri di persona e le estorsioni.

Sulu, nel sud-ovest dell'arcipelago, è la roccaforte del gruppo, che è stato escluso dall'accordo di pace con cui il governo aveva concesso una maggiore autonomia ai territori abitati dalla folta comunità musulmana della zona, prima che il testo si arenasse in Parlamento.

La zona, dove diversi gruppi secessionisti e clan locali si nutrono del risentimento verso il governo centrale, rimane estremamente instabile, con periodici scontri tra militari e fazioni armate.

Secondo l'esercito filippino, Abu Sayyaf - che nel 2007 aveva tenuto sotto sequestro il missionario italiano Giancarlo Bossi per un mese - ha ancora nelle sue mani almeno 15 stranieri. Tra questi ci sono due canadesi e un norvegese rapiti lo scorso settembre da un resort insieme a una filippina.

Proprio oggi è scaduto l'ultimatum dato un mese fa dai rapitori, con un inquietante video in cui si minacciava di morte gli emaciati ostaggi se non fosse stato pagato un riscatto. In novembre, il gruppo aveva chiesto un miliardo di pesos (21 milioni di franchi) a testa, e aveva inoltre decapitato un altro ostaggio malaysiano lasciando la sua testa davanti a una stazione di polizia.

sda-ats

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