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Bisogna pensare anche alla propria vecchiaia.

KEYSTONE/GAETAN BALLY

(sda-ats)

Molte persone lavorano a tempo parziale, ma vi è poca consapevolezza sull'effetto che ciò ha sulla previdenza di vecchiaia.

La Conferenza svizzera delle delegate alla parità tra donne e uomini (CSP) chiede quindi di informare meglio le persone professionalmente attive sulle loro future prestazioni.

In particolare la Conferenza consiglia di non ridurre il grado di occupazione sotto il 70%. Chi per lungo tempo lavora meno del 50% rischia poi in vecchiaia di doversela cavare con il minimo vitale o in condizione di forte dipendenza finanziaria dal partner. Il rischio aumenta in caso di divorzio.

Per giungere a queste conclusioni, la conferenza si basa sullo studio "Gli effetti del lavoro a tempo parziale sulla previdenza vecchiaia" da lei commissionato e presentato oggi a Berna. È stato realizzato da Giuliano Bonoli (IDHEAP di Losanna) ed Eric Crettaz (HETS, a Ginevra).

La Svizzera è tra i paesi europei con la maggiore diffusione del lavoro a tempo parziale. Attualmente il 60% delle donne e il 16% degli uomini lo fanno. Ciò ha delle ripercussioni sulla situazione finanziaria non solo durante la vita attiva, ma anche dopo il pensionamento.

Il sistema previdenziale svizzero ha un'ottima memoria, ha rilevato la Conferenza, presentando una serie di raccomandazioni rivolte alle lavoratrici e ai lavoratori, ma anche alle autorità politiche, ai datori di lavoro e alle casse pensioni.

In particolare raccomanda che tutte le persone attive professionalmente siano informate in modo preciso, trasparente e comprensibile, sulle loro future prestazioni di vecchiaia. Perché - aggiunge - ciò che oggi sembra una buona soluzione può diventare un problema al momento del pensionamento. Alle imprese si raccomanda di assicurare la parità salariale ed evitare tassi di attività molto ridotti.

sda-ats

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