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Khalifa Haftar.

Keystone/EPA/MOHAMMED ELSHAIKY

(sda-ats)

A meno di 48 ore dalla firma, l'intesa di Vienna sulla Libia incappa nelle bordate del generale Khalifa Haftar, uomo forte nell'est del Paese e comandante in capo dell'esercito che risponde al Parlamento di Tobruk.

"Non m'importa nulla delle decisioni del governo di unità nazionale (Gna), le sue decisioni sono solo inchiostro su pezzi di carta", ha detto Haftar in un'intervista fiume all'emittente Libya's Channel. "Non penso che questa soluzione imposta dall'Onu avrà successo", ha poi incalzato riferendosi al governo.

E ancora: "Faccio affidamento sull'esercito e sulla polizia, non su un funzionario dell'Onu", parlando di Martin Kobler, l'inviato speciale dell'Onu che ha rifiutato di incontrare la scorsa settimana. "Non ho tempo da perdere per parlare con Kobler, lo considero senza senso", ha voluto sottolineare oggi il generale, un tempo sodale di Muammar Gheddafi poi caduto in disgrazia dopo un tentato golpe contro il defunto rais alla fine degli anni '80. Dopo 20 anni negli Stati Uniti, è rientrato in Libia, a Bengasi, dopo l'inizio della rivoluzione del 2011.

Ma cosa ha spinto Haftar a concedere oggi questa intervista nella quale si schiera apertamente contro il governo Sarraj e l'intesa del summit di Vienna, nel quale peraltro non erano mancate le aperture nei suoi confronti? Fonti occidentali e libiche sottolineano tre aspetti.

Il primo è che lunedì, prima dell'inizio della conferenza stampa congiunta a Vienna Gentiloni-Kerry-Sarraj, il premier libico ha dato indicazione ai suoi ministri di "iniziare a lavorare". Nell'intesa siglata nella capitale austriaca infatti è stata data via libera all'operatività del governo per fronteggiare le emergenze: la lotta all'Isis, il dramma dei migranti, la crisi economica che attanaglia sempre più il Paese. E tra i dicasteri entrati nelle proprie funzioni c'è anche quello della Difesa, il cui ministro designato è Abu AlBarghathi, alto ufficiale dell'esercito libico di Haftar, ma da mesi in rotta di collisione con il generale.

Il secondo elemento è quello dell'avanzata delle milizie fedeli al governo verso la roccaforte dell'Isis a Sirte. Le unità del comando unificato hanno strappato ai jihadisti Abu Grein, avamposto stretto tra il mare e il deserto rosso del Sahel, a 100 km da Misurata e una cinquantina da Sirte. Riconquistate anche alcune località strategiche, che tagliano la strada all'Isis vrso ovest. L'offensiva evidentemente ha avuto il via libera da Tripoli.

Il terzo fattore, forse quello più delicato, è il mancato incontro tra Sarraj e Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk anch'egli ostile al governo di unità.

Qui le ricostruzioni fioriscono: secondo quella più attendibile, l'iniziativa di far incontrare i due era stata presa da Kerry, che aveva indicato Vienna come location. Sarraj avrebbe appreso dell'iniziativa solo lunedì, a poche ore dall'apertura del vertice di Vienna. Dopo un lungo braccio di ferro nel quale i media libici lanciavano la notizia della partenza di Saleh per Vienna salta tutto. Viene individuato un altro luogo di incontro, Il Cairo. La delegazione libica guidata da Sarraj è atterrata ieri sera nella capitale egiziana, dove oggi è arrivato lo stesso Kerry per incontrare il presidente Abdel Fattah al Sisi. A quanto si apprende, alla fine sarebbe stato Saleh a far saltare il faccia a faccia, che sarebbe stato il primo dall'insediamento di Sarraj a Tripoli. Il nodo sarebbe sempre lo stesso: il ruolo di Haftar a capo del nuovo esercito, o almeno il congelamento dell'operatività del ministero della Difesa affidato al suo rivale.

Nubi minacciose si affacciano all'orizzonte, ma la diplomazia non si ferma: il futuro della Libia non è ancora scritto.

sda-ats

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