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Un'immagine della sala dove si tiene la conferenza

KEYSTONE/APA/DRAGAN TATIC

(sda-ats)

La Conferenza sulla pace in Medio Oriente che si apre oggi a Parigi servirà a ribadire il sostegno della comunità internazionale ad una soluzione con due Stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza.

Vi partecipano una settantina di paesi, ma non i diretti interessati.

Ma se il leader palestinese Mahmoud Abbas sostiene l'iniziativa, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu l'ha osteggiata in ogni modo, definendola giovedì scorso "l'ultimo sussulto del passato prima che s'insedi il futuro", "una conferenza truccata dai palestinesi sotto gli auspici dei francesi per adottare un ulteriore atteggiamento anti israeliano".

La diplomazia francese lavora da tempo ad una iniziativa per far ripartire la pace in Medio Oriente e l'appuntamento di oggi è il seguito di una prima conferenza internazionale che si è tenuta a Parigi in giugno. Allora parteciparono una trentina di paesi. Il documento finale affermava che lo status quo fra israeliani e palestinesi "non è più sostenibile" e impegnava i firmatari a fornire incentivi "significativi" per fare la pace.

Complici i rapporti non sempre distesi fra il governo francese e israeliano, Parigi non è mai riuscita a convincere Netanyahu della bontà della propria iniziativa. Lo Stato ebraico, che teme l'imposizione di paletti prefissati, si è sempre mostrato ostile, ribadendo che la pace potrà avvenire solo attraverso negoziati diretti e non nell'ambito di una conferenza internazionale.

La vittoria di Donald Trump alle elezioni negli Stati Uniti ha nel frattempo cambiato il quadro. Il presidente americano eletto appare molto più incline a sostenere le posizioni del governo israeliano rispetto al suo predecessore.

La conferenza di Parigi, a pochi giorni dal suo insediamento del 20 gennaio, assume ora il significato di un monito al nuovo capo della Casa Bianca perché tenga conto del fatto che la comunità internazionale continua a sostenere una soluzione di pace con due Stati.

Il segretario di Stato uscente, John Kerry, ha annunciato la sua partecipazione alla conferenza, malgrado la prossima scadenza del suo mandato. Il capo della diplomazia americana aveva già pronunciato un ampio discorso sul tema a fine dicembre, affermando che gli insediamenti israeliani minacciano una pace con due Stati.

Intanto il 23 dicembre gli Stati Uniti hanno rotto con la prassi del veto e si sono astenuti in Consiglio di Sicurezza permettendo l'approvazione di una risoluzione contro gli insediamenti, che ha fatto infuriare Netanyahu. Il capo del governo israeliano non ha nascosto di temere ora un colpo di mano all'Onu prima dell'insediamento di Trump con una nuova risoluzione che appoggi le conclusioni della conferenza di Parigi.

Intanto alle tensioni fra israeliani e palestinesi, se ne aggiunge anche un'altra. Trump e il suo futuro ambasciatore in Israele David Friedman affermano di voler trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, rompendo con la politica finora seguita da Washington di aspettare che sia un accordo di pace a definire lo status della città santa. Il tema già accende gli animi. Il ministro dell'Informazione giordano Mohammed al Momani, citato dal Washington Post, ha parlato del rischio di "conseguenze catastrofiche" e di "regalo agli estremisti". Mentre il presidente palestinese Mahmoud Abbas, ieri a Roma, ha detto che una decisione del genere "non aiuterebbe la pace".

SDA-ATS