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Dilma Rousseff

KEYSTONE/AP/ERALDO PERES

(sda-ats)

Ore contate per la presidente brasiliana Dilma Rousseff, mentre i suoi sostenitori tornano a scendere in strada e a manifestare in suo sostegno in vista del voto al Senato di domani sulla sua destituzione.

Blocchi stradali con copertoni dati alle fiamme si segnalano oggi a San Paolo, Fortaleza e Porto Alegre, mentre ieri sera nella capitale paulista la polizia ha dovuto sparare lacrimogeni per disperdere una manifestazione contro l'impeachment. I manifestanti, legati al Partito dei lavoratori di Dilma e ai movimenti sociali, protestano in favore della presidente eletta e contro il governo "usurpatore" di Michel Temer.

La presidente, che ieri ha pronunciato in Senato una veemente autodifesa accusando le opposizioni di destra di aver ordito un golpe contro il suo legittimo governo con l'appoggio delle elite ultraconservatrici del Paese, non sembra tuttavia essere riuscita a mutare le intenzioni di voto dei senatori e a ribaltare a proprio favore un verdetto apparentemente già scritto. A Dilma servirebbero 28 voti degli 81 senatori per salvarsi, ma al momento può contare solo su 21.

Dilma ha trascorso ieri 14 lunghe ore nell'aula progettata da Oscar Niemeyer pronunciando un'accorata autodifesa e rispondendo punto su punto alle domande dei senatori. È stato il discorso più importante della sua carriera politica, forse l'ultimo. La presidente ha respinto le accuse di aver falsificato i bilanci dello stato per occultare la recessione in vista della campagna elettorale per la sua rielezione del 2014, sostenendo di aver agito in linea con quanto fatto dai suoi predecessori.

Dilma ha poi ribadito di non aver violato alcuna legge e di ritenere pertanto l'impeachment "un'enorme ingiustizia". Che potrebbe concretizzarsi già domattina. Il presidente della Corte suprema, Ricardo Lewandovski, ha infatti annunciato che intende concludere entro oggi l'audizione dei rappresentanti di accusa e difesa, per passare poi la parola ai senatori. Domattina, quindi, salvo imprevisti, comincerà il voto che potrebbe mettere fine a 13 anni di governo di sinistra del Partito dei lavoratori e dare il via al governo del centrista Michel Temer, leader del maggiore partito brasiliano che tuttavia non è mai riuscito a far eleggere attraverso le urne un proprio esponente alla più alta carica dello stato.

Temer, 75 anni, indicato da alcuni pentiti dell'inchiesta sulle tangenti Lava Jato come collettore di mazzette del colosso petrolifero pubblico Petrobras, ma ancora mai incriminato, ha fretta di giurare e di presentarsi al vertice del G20 in Cina come nuovo presidente del Brasile.

Il governo Temer, che ha già perso tre ministri costretti alle dimissioni per accuse di corruzione ed è al centro di critiche per la mancanza di donne e di rappresentanti delle minoranze etniche, eredita un Paese diviso e alle prese con una grave crisi: l'economia non riparte, l'inflazione è ormai in doppia cifra, il mercato del lavoro ha fatto segnare la perdita di due milioni di posti di lavoro solo nell'ultimo anno e le inchieste giudiziarie hanno scoperchiato un colossale giro di tangenti che coinvolge tutto l'arco costituzionale, con quasi il 60 per cento dei parlamentati coinvolti a vario titolo nei filoni d'inchiesta.

sda-ats

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