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Il re Felipe VI di Spagna (a sinistra) e il premier Mariano Rajoy

Keystone/EPA/ANGEL DIAZ / POOL

(sda-ats)

Al termine del giro di consultazioni con i leader politici, re Felipe VI di Spagna ha incaricato di tentare di formare il nuovo governo il premier uscente del Partito popolare (PP) Mariano Rajoy, che questa sera ha accettato.

Sembra una missione quasi impossibile fra le linee rosse e i veti incrociati che paralizzano le istituzioni spagnole da otto mesi: per ora il leader popolare non ha assolutamente i numeri per superare un voto di fiducia nel Congresso dei deputati, di 350 seggi. Conta al momento solo sui 137 parlamentari del PP.

Tutti gli altri partiti hanno annunciato voto contrario, meno Ciudadanos (32 seggi) e Coalicion Canaria (1), pronti ad astenersi. Un gesto che però, da solo, non risolverebbe nulla. Anche i partiti nazionalisti e indipendentisti (25 seggi) hanno detto "no".

"Ho spiegato al re che al momento non avevo gli appoggi necessari, ma ho accettato. Da domani tenterò di ottenerli", ha detto Rajoy dopo il colloquio con il capo dello Stato.

Il paese ha bisogno di un governo, e soprattutto di evitare un assurdo terzo ricorso alle urne in meno di un anno. Dalle politiche del 20 dicembre scorso che hanno posto fine a 40 anni di stabilità politica facendo esplodere il bipartitismo PP-PSOE con l'irruzione di Podemos e Ciudadanos in parlamento, le istituzioni spagnole sono paralizzate.

In febbraio Rajoy ha rinunciato a tentare l'investitura. Il secondo arrivato il socialista Pedro Sanchez l'ha tentata e fallita. E il paese, senza governo eletto, era dovuto tornare alle urne.

Nessuno vuole nuove elezioni, tutti i leader dicono di volerle evitare, ma fra anatemi incrociati sembra che finora tutti si siano accaniti a cercare di renderle inevitabili. "Cresce il timore di nuove elezioni per l'incapacità dei partiti" ha accusato oggi il quotidiano La Vanguardia.

Rajoy dal 26 giugno rivendica, come vincitore delle elezioni, che gli altri partiti lo "lascino governare" rispettando la volontà dei cittadini, grazie allo strumento dell'astensione sulla fiducia, più volte usato in passato.

Ma il segretario socialista Pedro Sanchez (85 deputati), scavalcato sulla sinistra da Podemos, ha escluso per ora di astenersi in nome della governabilità del paese e non si è mosso dalla linea del "no". Il leader di Podemos Pablo Iglesias (71) contropropone di tentare di costruire un governo "di sinistra" con il PSOE e i partiti nazionalisti, una formula però esclusa dai baroni socialisti, che temono di finire "divorati" dal partito post-indignado.

E Albert Rivera di Ciudadanos rifiuta di votare il "sì" a Rajoy, che gli avrebbe proposto la poltrona di vicepremier. Nel nuovo giro di contatti con Rivera e Sanchez, Rajoy dovrebbe cercare di spostare Ciudadanos verso il 'sì' e il PSOE sull'astensione.

Sostenendo l'urgenza di dare un governo con pieni poteri al paese davanti alle emergenze sempre più numerose: la sfida della secessione catalana, il terrorismo jihadista, la crisi dell'Europa, e l'esigenza di evitare nuove pesanti sanzioni europee adottando in tempo gli strumenti di bilancio.

sda-ats

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