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Un'immagine simbolica per la violenza domestica (foto d'archivio).

Keystone/LUIS BERG

(sda-ats)

La giustizia vodese si è mostrata troppo severa ritirando il permesso di dimora ad una tunisina vittima di violenze coniugali: in una sentenza pubblicata oggi, il Tribunale federale (TF) accetta il ricorso della trentenne.

La donna aveva ottenuto il permesso nel 2009 dopo aver sposato un compatriota residente nel cantone. Le difficoltà coniugali erano sorte poco dopo lo sposalizio, organizzato dalle famiglie dei due giovani: il marito vietava alla donna, diplomata in informatica all'università, di prendere una qualsiasi decisione, le vietava di uscire e la privava di denaro. All'insaputa della moglie, l'uomo ha persino segnalato alle autorità vodesi la partenza della donna quando aveva costretto quest'ultima a recarsi in patria per assistere la suocera.

Dopo averla raggiunta in Tunisia, fra i coniugi era scoppiata una violenta lite, durante la quale la donna è stata picchiata, un fatto attestato da un certificato medico. In seguito alla successiva separazione della coppia, il servizio vodese della popolazione aveva annullato il permesso della donna e deciso la sua espulsione, un provvedimento approvato dal Tribunale cantonale vodese.

I giudici federali ritengono che le autorità vodesi si siano mostrate eccessivamente restrittive nell'interpretare la clausola che in simili casi permette, dopo lo scioglimento del matrimonio, di beneficiare di una proroga del permesso "per gravi motivi personali", quali il fatto di aver subito violenze coniugali.

Il Tribunale cantonale ha ritenuto credibili le dichiarazioni della donna ma le ha rimproverato di non poterle dimostrare con appositi documenti. Secondo il TF si tratta di un "ragionamento incoerente": non è possibile riconoscere l'esistenza delle violenze, rimproverando simultaneamente alla donna di non averle documentate in modo adeguato.

Sentenza 2C_777/2015 del 26 maggio 2016

sda-ats

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