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Donald Trump e la moglie Melania

KEYSTONE/AP/CAROLYN KASTER

(sda-ats)

La Quicken Loans Arena di Cleveland lancia la sua sfida a Hillary Clinton. La accusa, la attacca, ed è guerra dichiarata - a distanza - della convention repubblicana alla candidata democratica.

Se c'è un elemento di unità che emerge fino ad ora dalla convention targata Trump è che, comunque vada, qualsiasi siano le differenze e i malumori pure esplosi sul floor dell'arena, l'obiettivo è impedire che Hillary Clinton torni alla Casa Bianca da presidente. Una missione che va facendosi sempre più pressante se è vero, come segnalano le previsioni del New York Times, che la ex segretario di Stato ha il 76% di possibilità di conquistare la presidenza nella corsa contro Donald Trump.

Così fino ad ora il messaggio è risuonato forte e chiaro, ripetuto all'unisono dagli ospiti di Donald Trump: dalle celebrity della tv, scandito con forza dalla madre di una delle vittime dell'attacco a Bengasi, portato quasi sui toni di una battaglia personale dalla senatrice dell'Iowa Joni Ernst.

Il tema della prima giornata, 'rendere l'America di nuovo sicura', è apparso allora una scelta azzeccata nel tentativo ultimo di Trump di portare il partito dalla sua: la minaccia è verso tutti, la paura è comune e la risposta deve essere quella di un'"America di nuovo una", ricordata con vigore dall'ex sindaco di New York Rudy Giuliani.

Un'impronta che calza a pennello anche al tema della seconda giornata in cui si invoca la prosperità, si chiede e si promette di riportare lavoro in America, con un line-up ad hoc che dà anche il via all'avvicendarsi sul palco dei componenti del clan Trump, con il primogenito e businessman Donald Trump Jr, vicepresidente esecutivo della Trump Organisation, ma anche la più giovane delle due figlie del magnate, Tiffany.

E con il 'roll call' previsto in serata, il voto 'per chiamata' con cui sul floor dell'arena ogni Stato dichiara apertamente la scelta dei suoi delegati, definendo così ufficialmente la nomination ed incoronando il candidato del partito.

È uno show in sé e spesso considerata una colorata formalità, ma non in questa campagna 2016. Per molti nel Grand Old Party sarà un boccone amaro da ingoiare, per tutti coloro che Trump l'outsider non lo volevano dall'inizio ma poi ne hanno accettato l'inevitabilità, per la minoranza che resta contraria ma a cui non resta che approfittare della convention per dar voce alla sua frustrazione, ma poco più.

Probabilmente una 'pace forzata', obbligatoria, contro Hillary Clinton appunto. Sta di fatto che l'establishment Gop sale sul palco del Trump Show con una sfilata di big di Washington: c'è lo speaker della Camera Paul Ryan che ha tentennato fino alla fine nell'accettare il tycoon come candidato del suo partito; c'è il leader della maggioranza alla Camera Kevin McCarthy e al Senato Mitch McConnell; c'è anche Chris Christie, tra i primi ex sfidanti di Trump poi passato a sostenerlo e che si conferma fedelissimo anche oggi.

Mentre impazza la polemica sul discorso di Melania alla convention, che risulta in alcune parti pressoché identico a quello che pronunciò Michelle Obama nel 2008, quando l'aspirante first lady era lei. Una bufera che travolge lo staff di Trump giudicato sicuramente pasticcione, ma che diventa un 'fatto politico' quando i responsabili non ammettono l'evidenza, non si scusano e in qualche caso negano.

sda-ats

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