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Vent'anni fa Caccia agli autori della "rapina del secolo"

Quando i retroscena della «rapina del secolo» alla Posta di Zurigo vengono alla luce, l’iniziale ammirazione lascia il posto al sarcasmo e alla derisione. Un rapinatore dopo l’altro finisce nella rete della polizia. Ma oltre la metà del bottino è scomparsa senza lasciare tracce.

Fluchtwagen der Posträuber von Zürich

I ladri danno fuoco alla vettura utilizzata per la fuga vicino a una caserma dei pompieri. L’incendio viene spento nel giro di pochi minuti.

(Keystone)

Dopo che la polizia annuncia l’arresto di quattordici persone, il quotidiano Blick titola: «Ecco quanto sono stupidi i rapinatori della posta!». 

In effetti nelle settimane successive si capisce che i rapinatori e i loro aiutanti sono di un’inettitudine senza pari: il funzionario della posta che aveva fornito le informazioni riservate si fa riprendere dalle videocamere di sorveglianza mentre fotografa il luogo della futura rapina. Due rapinatori bevono un espresso vicino alla posta del Fraumünster poco prima della rapina, così che il cameriere può consegnare alla polizia le due tazzine non ancora lavate con tracce del loro DNA. Un altro rapinatore perde vicino al luogo della rapina una foto con le sue impronte digitali. 

Fluchtauto

La vettura utilizzata per la rapina.

(Keystone)

I ladri danno fuoco alla vettura utilizzata per la fuga vicino a una caserma dei pompieri, l’incendio viene spento nel giro di pochi minuti e molti indizi preziosi per gli inquirenti restano così intatti.

Quattro milioni in un sacco della spazzatura

Gli autori del furto sono sorpresi dall'entità del bottino e non hanno né un nascondiglio né un piano. Dividono il bottino in tutta fretta e fuggono.

Domenico Silano aspetta per mezz'ora a una fermata dell’autobus, prima che un amico lo passi a prendere. Poiché non ha con sé una borsa mette i suoi quattro milioni in un sacco della spazzatura. Un altro nasconde 18 milioni nell'armadio della camera da letto di un conoscente, poi si trasferisce con la fidanzata a Milano, dove indulge nello shopping selvaggio e soggiorna in un albergo di lusso a cinquecento franchi a notte, pagati in contanti. 

Due rapinatori fuggono in Spagna, dove oltre a guidare costose cabriolet, si danno al gioco d’azzardo, comprano una villa in contanti e cercano di versare milioni su un conto in banca.

Travestito da squaw

Una serie di errori è commessa anche dal quarto rapinatore, ancora latitante. Non solo lascia le sue impronte digitali su una cassa abbandonata nel luogo della rapina: quando la polizia di Berlino lo ferma il 16 ottobre 1997 sulla sua BMW-Cabriolet, porta una parrucca con lunghi capelli neri. Nell’automobile ci sono vari passaporti tutti con la sua foto, ma con nomi diversi. La polizia nota che al momento dell’arresto aveva l’aspetto di una «squaw».

Degno di nota non è solo il dilettantismo dei rapinatori e dei loro aiutanti, ma anche il loro paese d’origine. Hanno radici italiane, spagnole, serbe, tunisine e libanesi. Chi tra di loro ha la cittadinanza svizzera si è naturalizzato – come le due donne che la stampa definisce «italo-svizzere» – o sono nati da famiglie binazionali. 

Sono persone di condizioni modeste, ciò che nella Svizzera della fine del XX secolo spesso corrisponde a un’origine straniera: sono manovali e camerieri, commessi e mercanti d’auto. Si chiamano Marcello, Hassan o Zoran e vivono in periferia o negli agglomerati urbani, che chi non ci vive definisce «senza volto».

Il silenzio di Seebach

Secondo la polizia i fili della matassa convergono su Zurigo–Seebach. E allora sciami di giornalisti si recano in quella località a loro sconosciuta. La sala giochi Il Pollicione è chiusa, il suo proprietario è sospettato di essere l’ideatore del colpo ed è in custodia cautelare. 

Lì accanto c’è un bar, che appartiene al fratello. «Otto tavoli di plastica sul marciapiede. Dentro il bancone del bar. A sinistra e destra una dozzina di tavoli. Luci basse, mobilio spartano», si legge sul Blick a proposito del locale, ora visitato da decine di giornalisti. Con scarso successo. I clienti abituali accolgono gelidamente gli estranei: «Uno degli uomini si alza di scatto dalla sedia e urla: ‘Cosa volete?’ Se qualcuno vuole dire qualcosa sugli arresti di domenica, qui e nella sala giochi di fianco. Venti uomini tacciono. Il portavoce dice: ‘Non capisco’. E poi più forte: ‘Se ne vada!’ Se qualcuno conosce l’arrestato. Il capo si guarda intorno con aria cupa e mormora: ‘Che vuole? [in italiano nel testo] Nel frattempo altre persone si sono alzate e l’atmosfera nel locale diventa minacciosa.»

Più propenso a parlare è il rapinatore posto in custodia cautelare a Milano. In un’intervista esclusiva al Blick si atteggia a Robin Hood delle periferie: «Non abbiamo usato in alcun modo violenza. A nessuno è stato torto un capello. Non ci sono stati né morti né feriti. E il denaro che abbiamo rubato non lo abbiamo tolto a persone qualsiasi per strada o alla gente che lavora». Rifarebbe in ogni momento una simile azione, «però con altre persone.»

Un anno dopo la rapina alla posta anche Domenico Silano, il quinto elemento della banda, cade nella rete. Anche nel suo caso c’è mancato poco che venisse arrestato immediatamente dopo la rapina. Ma quando la polizia a Parigi si rende conto che il suo passaporto è falso, lo espelle verso in Italia. Silano fugge a Miami passando per il Venezuela, si spaccia per un figlio di albergatori che vuole imparare l’inglese. Prende in affitto un appartamento di lusso, frequenta ristoranti e club costosi. Ma non è felice, gli manca la fidanzata rimasta in Svizzera. Alla fine la chiama e la polizia intercetta la telefonata. Il 3 dicembre 1998 la polizia irrompe nel suo appartamento. La Neue Zürcher Zeitung nota con sarcasmo: «L’amore l’ha messo in ginocchio.»

Quasi contemporaneamente si viene a sapere che a Brescia sono stati uccisi due uomini che avevano su di sé gli indirizzi di due rapinatori della Posta. Si presume che dovessero metter al sicuro una parte del bottino.

La foto segnaletica di Hassan El Bast.

(Keystone)

«È stato come un gioco»

Nell’autunno 1999 i cinque «rapinatori della posta del secolo» si ritrovano in tribunale. Nessuno nega di aver partecipato alla rapina, preferiscono recitare la parte di imbecilli ingenui, così come li ha descritti la stampa. «È stato come un gioco», dice uno di loro. «Nessuno credeva davvero che funzionasse». E il proprietario della sala giochi a Seebach assicura: «Non siamo professionisti. I professionisti avrebbero avuto i biglietti d’aereo in tasca.»

Tuttavia, sebbene avessero usato solo pistole di plastica e un kalashnikov scarico, vengono condannati a pene di reclusione tra i 4 anni e 9 mesi e i 5 anni e 6 mesi. Il più giovane degli imputati, che al momento della rapina aveva 19 anni, viene internato a tempo indeterminato in un riformatorio.

Dopo il processo il procuratore distrettuale parla di «vari indizi promettenti» che dovrebbero condurre al rinvenimento del bottino non ancora recuperato. Fino ad oggi non è però noto dove siano finiti 27 milioni di franchi.



Traduzione dal tedesco, Andrea Tognina

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