"Anche in Svizzera il passato viene utilizzato come mezzo di propaganda"

Anche in Svizzera è in corso una lotta per l'interpretazione politica del passato. Di fronte al revisionismo, che cerca di riconciliarsi con gli aspetti problematici della storia, Jakob Tanner propone un approccio diverso, ponendo domande nuove e critiche, perché il passato determina ancora il nostro presente.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 settembre 2020 - 18:00
Jakob Tanner, storico

Jakob Tanner (69 anni) è professore emerito di storia moderna e svizzera all'Università di Zurigo. Tanner era membro della Commissione indipendente di esperti incaricata di esaminare il ruolo della Svizzera nella Seconda guerra mondiale. La sua pubblicazione più recente è "Geschichte der Schweiz im 20. Jahrhundert" (Beck, Monaco, 2015).

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La storiografia non è mai stata innocente. Con l'emergere di partiti di destra e di estrema destra e la rinazionalizzazione della politica su scala globale, è diventata sempre più un campo di battaglia ideologico. Diverse correnti politiche la usano come mezzo per creare un significato. Chi dispone di sovranità storica, può dire come andranno le cose in futuro.

In particolare, sta cambiando l'interpretazione della Seconda guerra mondiale, che continua ad essere il punto di riferimento centrale delle controversie in materia di memoria politica. In Ungheria e Polonia, governi autoritari hanno licenziato i direttori di rinomati musei scientifici, ricostruito monumenti e convertito collaborazionisti del nazismo in buoni patrioti. Ne è un esempio l'espulsione antisemita da Budapest dell'Università dell'Europa centrale. 

Tali tendenze si stanno manifestando anche in Europa occidentale. Nel 2005, l'Assemblea nazionale francese ha deciso che gli allievi dovrebbero essere istruiti anche sul "ruolo positivo" svolto dalla Francia in Africa – dopo tutto, la "Grande Nation" dovrebbe essere orgogliosa della sua missione civilizzatrice. Questi tentativi di interpretazione possono essere riassunti con il titolo di "revisionismo". 

Va notato che questo termine non assume lo stesso significato politico sull’altra sponda dell’Atlantico. Negli Stati uniti gli interventi "revisionisti" provengono da sinistra. Si tratta del rifiuto della grande narrazione degli Stati Uniti come paese eletto in cui, dalla fondazione dello Stato nel 18° secolo, si è combattuto per assicurare libertà, uguaglianza e benessere a un numero sempre maggiore di persone. 

I critici di questa visione del progresso propongono un quadro alternativo, in cui oppressione e sfruttamento hanno il ruolo principale. Al centro del dibattito c'è la connessione tra schiavitù e capitalismo. Gli storici "revisionisti" sottolineano, sulla base di nuove ricerche, che il "capitalismo di Manchester" e la "schiavitù del Mississippi" funzionavano come un sistema interconnesso e che poco è cambiato da allora nella matrice razzista della storia americana.

Revisionismo della banalizzazione

Nel mondo di lingua tedesca, il "revisionismo" è associato a qualcosa di completamente diverso. La prima cosa che viene in mente sono i negazionisti dell'Olocausto, che attirano l'attenzione tramite attacchi antiebraici e che disprezzano i diritti umani. In molti Paesi sono presenti correnti di questo tipo che glorificano o banalizzano il nazionalsocialismo e il fascismo – e il pericolo di destra rimane acuto.

Ma nel frattempo la discussione si è spostata. Si sta diffondendo un revisionismo che non nega più apertamente i crimini del nazionalsocialismo, ma li presenta come episodi e tenta di sminuirli. L'estremista di destra Björn Höcke del partito Alternativa per la Germania, ad esempio, deride la "stupida Bewältigungspolitik” (politica di confronto con il passato) che "rende la storia tedesca misera e ridicola" e chiede "una svolta a 180 gradi nella politica della memoria".

Nel 2019 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione "sull'importanza della consapevolezza storica per il futuro dell'Europa". Il testo afferma che "in alcuni Stati membri dell'UE si pratica il revisionismo storico e si glorificano persone che hanno collaborato con il nazionalsocialismo".

Il Parlamento europeo è "costernato per (...) il ritorno del fascismo, del razzismo, della xenofobia" e critica il fatto che alcuni governi – soprattutto quelli degli Stati membri dell'Europa dell'Est – sostengano tali tendenze. La Russia è presa di mira anche perché il suo governo sta cercando di "falsificare fatti storici" e di "mascherare" crimini commessi dall'ex Unione Sovietica.

La Svizzera e la Seconda guerra mondiale

Anche in Svizzera la Seconda guerra mondiale rimane un punto di cristallizzazione delle controversie storico-politiche. Un segno distintivo della destra nazionale è di aver preso le distanze dal nazionalsocialismo dopo il 1945 e di aver visto principalmente nell’anticomunismo il suo impegno per la democrazia. 

Nel Dopoguerra, frontisti di estrema destra si sono presentati in veste di puri confederati. Tutti affermavano di aver fatto parte a quei tempi della "resistenza" e, quando si poteva dimostrare il contrario, facevano valere il "diritto di dimenticare".

Tentativi di reinterpretare percorsi di vita individuali esistono ancora oggi. Nella biografia di Philipp Etter, pubblicata di recente, Thomas Zaugg fornisce una giustificazione coerente per questo ex consigliere federale, considerato un opportunista durante la Seconda guerra mondiale. Lo storico dipinge invece il quadro di un magistrato che avrebbe fatto concessioni e dichiarazioni antidemocratiche solo per ragioni "tattiche".

Reinterpretazioni analoghe si ritrovano anche nello studio di Titus Meier sulla P-26, un’organizzazione segreta, formata da 400 cittadini e divisa in 80 cellule, che disponeva di un proprio arsenale di armi. La Commissione parlamentare d'inchiesta (dominata da rappresentanti di partiti borghesi), istituita nel 1990, considerava la P-26 una "potenziale minaccia all'ordine costituzionale". Per Meier, i suoi membri erano invece eroi silenziosi.

Ma a differenza di Paesi come la Polonia e l'Ungheria, dove il revisionismo storico collima con il potere dello Stato ed è diventato una seria minaccia per la scienza storica, il panorama svizzero della ricerca è caratterizzato da una produttiva combinazione di competenza professionale e curiosità. Accanto a dibattiti pubblici, nuovi temi e fonti di storia transnazionale della Svizzera vengono costantemente esplorati e inseriti in una discussione teorica globalizzata.

Sono ormai disponibili studi, con una visione orizzontale, sul paradiso fiscale elvetico, sul commercio di transito, sulla Svizzera post-coloniale e sulla storia delle migrazioni. Partendo da precedenti ricerche, viene esaminato anche il ruolo delle aziende, della produzione di armi, della protezione civile, dei movimenti sociali e di tutta una serie di temi interessanti legati alla cultura, ai generi e alla storia della conoscenza. 

I confini tra ricerca amatoriale e accademica sono permeabili. L'anno scorso, ad esempio, tre giornalisti hanno presentato un'eccellente ricerca sui "prigionieri svizzeri nei campi di concentramento". 

Mentre il revisionismo di destra riproduce le vecchie domande in un quadro interpretativo nazionale, i nuovi approcci di ricerca esprimono il diritto di ogni generazione di porre nuove domande sul passato. In questo modo, non solo viene ampliato il livello di conoscenza storica, ma l'immagine pubblica della storia nel suo complesso viene modificata nello spazio di risonanza mediatica.

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