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«Ci vorrebbe un po' più d'autoironia»

Tullio De Mauro, tra lingua, cultura e scuola

(swissinfo.ch)

Professore di linguistica generale all'Università La Sapienza di Roma, Tullio De Mauro è una delle figure di spicco del panorama culturale italiano.

Nell'ambito del convegno «Lingua italiana e scienze», Doris Lucini ha parlato con lo studioso napoletano.

swissinfo: Perché scienziati e linguisti hanno sentito il bisogno di mettersi insieme a tavolino per discutere di «lingua italiana e scienze»?

De Mauro: Il convegno voleva essere una messa a punto, come si fa nelle navigazioni, una rilevazione del punto in cui sono le cose per quanto riguarda l'uso dell'italiano in Italia e fuori d'Italia. Ma soprattutto per quanto riguarda l'uso dell'inglese nelle comunità scientifiche internazionali, a cui partecipano anche gli studiosi di lingua italiana.

Questo è stato il punto di partenza, il punto da cui sono partiti gli scienziati dell'Accademia nazionale delle scienze. In seguito, alle discussioni si sono aggiunti anche dei linguisti, forse preoccupati per l'eccessiva espansione dell'inglese.

swissinfo: L'orizzonte del convegno però non si limita alla problematica dell'inglese...

De Mauro: No, è decisamente più ampio e si interroga in generale sul rapporto tra i linguaggi scientifici, in qualsiasi lingua essi siano redatti, e le lingue storico-naturali. Ci sono molte considerazioni fondamentali da fare in proposito. La prima, molto antica, era già di Leibniz e riguarda la necessità di partire dal sostegno di una lingua storico-naturale per costruire il linguaggio scientifico.

swissinfo: Lei dunque non crede che sia possibile creare un linguaggio formale che astragga completamente dalla lingua che abbiamo imparato da bambini?

De Mauro: No, e del resto anche gli scienziati più attenti sono pienamente convinti di questo fatto. Lo era ad esempio Einstein, per il quale le scienze, anche nei momenti di più elevata formalizzazione matematica, non possono, né vogliono né devono, liberarsi dal raccordo con una lingua storico naturale.

Per un ricercatore, nella fase dell'elaborazione, la lingua migliore è la sua lingua madre. Certo, quando si tratta di comunicare i risultati, oggi l'inglese è una lingua passepartout, importante soprattutto per quei settori della ricerca che sono altamente internazionalizzati.

swissinfo: A che cosa è dovuta l'importanza dell'inglese?

De Mauro: In primo luogo ci sono delle ragioni esterne che - attraverso l'impero britannico e poi attraverso la potenza economico militare degli Usa - hanno portato l'inglese ad essere lingua seconda in più di 60 paesi del mondo.

Ci sono 1,5 miliardi di persone che si avvalgono dell'inglese: sono tante e sono sparse per tutto il mondo. Con l'inglese si ha accesso non solo a grandi paesi, ma anche a piccoli paesi. Questa è una forza reale e oggettiva che non va letta in termini banali d'imperialismo degli Usa. È un dato di fatto del quale dobbiamo tenere conto.

swissinfo: Ha ragione chi dice che l'inglese è più adatto alla comunicazione scientifica?

De Mauro: In parte sì. L'inglese è una delle lingue indoeuropee che si è spinta più avanti sulla via di una forte semplificazione grammaticale e questo lo rende particolarmente comodo rispetto a lingue come il russo, l'italiano o il bengali, per parlare le quali bisogna studiarsi bene le coniugazioni.

E poi, per una tradizione che comincia perlomeno dal tardo Seicento, è una lingua che privilegia frasi brevi e lineari, adatte alla comunicazione scientifica.

swissinfo: In Europa l'inglese passerà da lingua della comunicazione scientifica a lingua della politica?

De Mauro: È difficile fare previsioni su questo punto. Nell'Unione europea la spinta dell'inglese è molto forte anche se è bilanciata dalla politica linguistica oculata di paesi come la Germania e la Francia.

swissinfo: E l'italiano come sta?

De Mauro: L'italiano ha alcuni vantaggi di «appeal» (ride), di attrazione, che stanno operando ormai aldilà di ogni intenzione, anzi, in assenza di ogni intenzione politica dei governi italiani. I motivi di questo successo sono eterogenei, si va da quelli tradizionali - l'italiano lingua tecnica della musica, della pittura, del disegno, l'italiano come lingua del luogo in cui si concentra più che in ogni altro paese il patrimonio artistico e archeologico della civiltà occidentale - a motivi più recenti.

In Italia, a differenza di altri paesi, c'è un equilibrio tra la produzione in serie e il persistere della produzione artigianale. I prodotti conservano così un carattere tipico. Ci sono imprese, ad esempio giapponesi, che chiedono ai loro dipendenti d'imparare l'italiano per conoscere meglio la realtà produttiva dell'Italia.

swissinfo: Qualcuno sostiene che le nuove generazioni, complice la scuola, parlino un italiano impoverito e infarcito di parole straniere. Cosa ne pensa?

De Mauro: Certo, c'è bisogno di un impegno maggiore nell'istruzione rispetto a quello dei decenni passati, ma è ora di sfatare il mito del bell'italiano che parlavano i nostri nonni. La scuola deve fare i conti con la pesante eredità della scarsa scolarizzazione tradizionale. Nel 1951 il 59,8% degli italiani adulti era privo di titolo di studio.

Grazie alla spinta popolare all'istruzione, un po'alla volta la china è stata risalita. Oggi il 75% dei giovani ha il diploma di scuola secondaria superiore.

Questo dovrebbe rendere molto cauti intellettuali e giornalisti che si dilettano nel luogo comune dei giovani ignoranti. Può darsi che i giovani siano ignoranti, può darsi che i giovani parlino male, ma certo sono meno ignoranti e parlano meno peggio dei loro genitori.

swissinfo: Qual è la sfida che attende le scuole?

De Mauro: L'espansione scolastica ha portato alla ribalta i figli di quelle famiglie in cui non entrano né libri né giornali. Un tempo, la mobilità scolastico-sociale era prossima a zero, studiava chi veniva da famiglie che avevano una tradizione scolastica.

Oggi la scuola è confrontata a ragazzi che non hanno un retroterra colto e per i quali può fare poco. Se a casa non si parla, non si discute, la vita linguistica di un ragazzo è difficile. Bisogna persuadere le famiglie italiane che non spendono un euro per libri non scolastici - e sono il 90% - che i soldi spesi per i libri da tenere in casa non sono spesi male.

Poi bisogna convincere gli insegnanti a riflettere non solo sulle sviste, ma anche sulle condizioni che hanno portato al deficit linguistico. Personalmente credo sia più facile convincere il 90% delle famiglie a comprare i libri.

swissinfo: Più che leggere oggi si naviga in rete e la rete parla inglese. Gli anglicismi la preoccupano?

De Mauro: Non più di tanto. La parola straniera ha una circolazione stratificata. Qualsiasi volantino pubblicitario è infarcito d'inglese, nelle istruzioni per l'uso ce n'è già molto meno, nei libri l'inglese sparisce e l'italiano domina incontrastato.

Quando un contenuto è nuovo arriva nella lingua del paese di provenienza, poi man mano che il tempo passa, si radica nella lingua del paese in cui è entrato. Noi da giovani a Napoli parlavamo di «corner», oggi si parla di «calcio d'angolo». E se qualche parola rimane non è il caso di strapparsi i capelli. Non lo fanno a Hollywood e nel resto del mondo, dove gli studi cinematografici si chiamano «studio» con una parola italiana. Il bilanciamento c'è, forse ci vorrebbe un po' più d'autoironia.

swissinfo-intervista: Doris Lucini, Firenze

In breve

Nato nel 1932 a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, Tullio De Mauro è oggi considerato uno dei più autorevoli studiosi della lingua italiana. Attualmente insegna all'Università La Sapienza di Roma.

La sua attività di studioso ha sempre avuto anche un risvolto ideologico e politico. In particolare si è impegnato per la didattica e la diffusione della lingua, sia a livello scolastico che sociale. Dal 2000 al 2001 è stato ministro della Pubblica Istruzione nel governo Amato.

Autore di numerosissime pubblicazione, una delle sue ultime fatiche è il Grande dizionario italiano dell'uso (Gradit) edito dalla UTET nel 1999.

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