«Freddie è stato l’amico più leale e generoso»

La statua di Freddie Mercury è stata collocata sul lungolago di Montreux nel 1996. swissinfo.ch

Il 24 novembre 1991 moriva Freddie Mercury, leader dei Queen e leggenda del rock. Nella “sua” Montreux, dove aveva vissuto e registrato canzoni, incontriamo Peter Freestone, assistente personale e grande amico di Freddie.

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Vent’anni fa il mondo della musica perdeva una delle figure più stravaganti e talentuose della storia del rock. Vent’anni fa Peter Freestone perdeva un caro amico, che ancora oggi ricorda con grande affetto ed emozione.

Per dodici anni Peter Freestone ha vissuto a fianco di Freddie Mercury. 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, fino al momento della sua morte. È stato l’assistente, il cuoco, l’autista e l’amico fidato della voce dei Queen. «Freddie era una star, io ho solo vissuto la sua vita», ci dice con modestia colui che ha assistito a concerti in tutto il mondo e frequentato i grandi nomi della musica, da Michael Jackson a David Bowie.

Incontriamo Peter Freestone, 56 anni, in un bar di Montreux, sul lago Lemano. «Senti la musica?», mi chiede indicando un altoparlante sul soffitto. Senza farlo apposta, una canzone dei Queen.

Come si fa a diventare l’assistente personale di una star?

Peter Freestone: Mi sono trovato al posto giusto al momento giusto. Era il 1979. Mi occupavo dei costumi alla Royal Opera House di Londra. Freddie era stato invitato per un evento di beneficenza. Dopo averlo sentito cantare Crazy little thing called love and Bohemian Rhapsody gli ho fatto i complimenti e lui mi ha chiesto del mio lavoro. Tutto qui.

Due o tre settimane dopo, il management dei Queen mi ha chiamato chiedendomi se potevo occuparmi dei costumi di una tournée in Inghilterra. Il primo anno ho curato i costumi. Poi Freddie mi ha voluto con lui nella sua casa a Londra. In dodici anni non ho mai firmato un contratto.

Di cosa si occupava?

Rispondevo al telefono, aprivo ai visitatori, andavo a fare la spesa, pagavo le fatture, cucinavo, pulivo. Facevo in modo che Freddie potesse concentrarsi esclusivamente sulla musica.

E la paga?

All’inizio 6'000 sterline all’anno. Però non spendevo un soldo. O meglio, spendevo quelli di Freddie. Poi il salario è salito a 25'000 sterline. Vacanze non ne ho praticamente mai fatte: accompagnavo Freddie in vacanza, ma io avevo sempre da fare. Una volta gli ho chiesto se potevo prendermi un paio di settimane. Lui mi ha risposto: “Ma siamo appena tornati dalle vacanze!” (risata).

Freddie è stato un amico e anche il suo datore di lavoro. Come trovare il giusto equilibrio?

Il mio rapporto con Freddie dipendeva molto dalle circostanze. Mutava continuamente: da professionale a un rapporto di pura amicizia. Ogni tanto se la prendeva con me. Non perché avevo fatto qualcosa di sbagliato, ma semplicemente perché aveva bisogno di sfogarsi. Sapeva benissimo che avrei capito. Mi chiedeva sempre la mia opinione, anche se poi faceva di testa sua! (risata).

Con Freddie ho imparato il valore dell’amicizia. Per me è stato l’amico più leale, generoso e gentile che abbia mai avuto. Entrambi abbiamo studiato in un convitto in India: forse sono stati i nostri percorsi simili ad averci legato così tanto.

Quanto diverso era il “vero” Freddie rispetto alla superstar da palcoscenico?

Tutti conoscono il suo lato musicale, il suo essere una star, uno showman. In pochi però sanno che Freddie era una persona molto timida, pacata. Adorava rimanere al Garden Lodge, la sua casa di Londra. Indipendentemente dall’ora a cui andava a dormire si svegliava sempre alle 9. Poi beveva il suo tè, si vestiva come capitava e giocava con i suoi gatti. Oppure dava da mangiare ai pesci. Queste cose lo rendevano estremamente felice.

Quando usciva indossava invece jeans, giacca di pelle e occhiali da sole. A quel momento Freddie diventava una star. Si mostrava così come i fans lo volevano vedere.

Adorava ridere. In pubblico si copriva la bocca perché era ossessionato dai suoi denti. Non ha mai fatto niente per paura che la voce ne risentisse. In casa invece se ne fregava: rideva e rideva, senza vergogna.

Ci parli dei concerti. Quanti ne ha visti?

Tra il pubblico soltanto due. Ma dal backstage almeno 300. Il più incredibile è stato a San Paolo, in Brasile. C’erano 139'000 spettatori. Non so descriverla, ma c’era un’atmosfera eccezionale, unica.

Freddie si è esibito anche due volte a Montreux, al festival Rose d’Or. Per esigenze televisive ha dovuto cantare in playback, ciò che lui detestava. Sono state le uniche volte in carriera, assieme a San Remo, che ha dovuto cantare in playback

Prima di salire sul palcoscenico si beveva sempre un tè al limone con miele. Non sono sicuro che ne avesse veramente bisogno. Dopo il concerto doveva uscire. Ogni sera una festa. Con tutta l’adrenalina che aveva addosso non poteva certo rientrare in hotel.

Freddie era spesso a Montreux per registrare. Quali i suoi ricordi?

La prima volta insieme è stato nel 1981. Ai Mountain Studio abbiamo registrato Under Pressure con David Bowie. A quell’epoca la Svizzera era come un sogno, un luogo mitico dove tutti volevano andare. Ancora oggi, il vedere le Alpi mi provoca sensazioni particolari. Le montagne sono qui da milioni di anni, ma ogni mattino appaiono diverse.

Quando vieni qui sei bombardato dalle emozioni. Ci sono fans di tutto il mondo che vengono a Montreux per vedere la statua. Anche per loro è speciale. A Londra, dove c’era casa sua, le emozioni sono invece poche.

Come era una giornata tipo a Montreux?

Molto noiosa. Alle due del pomeriggio ci trovavamo nello studio di registrazione. Ogni giorno. A volte Freddie rimaneva un paio d’ore, altre volte fino alle 4 del mattino, a seconda dell’ispirazione. Mentre loro suonavano io … aspettavo.

Anche in città non c’era molto da fare, al massimo un paio di locali notturni. Si veniva a Montreux solo per lavorare. Non c’era il tempo per fare altre cose. Per andare dal Palace Hotel allo studio ci sono forse 500 metri, ma Freddie voleva sempre prendere l’automobile per non perdere tempo.

All’inizio detestava la tranquillità di Montreux. Alla fine era invece ciò che cercava. È la serenità del posto ad averlo attirato qui negli ultimi anni della sua vita.

Come sono cambiate le cose dopo l’annuncio di Freddie sulla sua sieropositività?

All’inizio Freddie smise di uscire. Poi anche di fumare e di bere. Nell’ottobre 1989 il dottore gli disse che sarebbe morto entro Natale. Ma la sua forza di volontà lo ha fatto vivere ancora due anni. Freddie sapeva che non poteva fare nulla contro la malattia. Era così e basta.

Ma non si lasciò andare e si concentrò a fondo sulla musica, la sua vita. D’altronde, da quando ha saputo di essere malato [1987, ndr] ha fatto The Miracle, Innuendo e Barcelona. Ha lavorato più che in precedenza. Sapeva di avere il tempo contato e voleva fare il massimo.

Da parte mia, pensavo di aver sopportato bene la morte di Freddie. Ma poi mi sono reso conto che non era così. Dopo tre anni ho scritto un libro. Per me è stato come una terapia: ho potuto buttar fuori il dolore. Freddie mi diceva sempre che se ci fosse stato un libro su di lui, doveva contenere anche le cose brutte. Nei miei libri parlo anche dei lati negativi, dei party e delle droghe. Non farlo sarebbe stato mentire. E Freddie credeva molto nella sincerità.

Freddie mi manca. A volte penso alla vita che abbiamo avuto. Ma poi mi dico che la fortuna di vivere dodici anni con lui… l’ho già avuta! Anche Freddie lo diceva sempre: non guardare al passato.

Ha dato numerose interviste dopo la morte di Freddie. Le sembra di aver detto tutto?

No. Ci sono cose che la gente non dovrebbe sapere. Mi piace però parlare con i fans. Hanno domande che si tengono dentro da anni. Quando mi chiamano sono ben contento di dare loro delle risposte e di raccontare ciò che ho vissuto. Ho trascorso dodici anni incredibili e tutto è rimasto nella mia mente.

Freddie Mercury

Farrokh Bulsara, in seguito noto come Freddie Mercury, nasce a Stone Town (Zanzibar) il 5 settembre 1946 da genitori originari dello stato indiano del Gujarat.

Nel 1970 forma i Queen assieme a Brian May (chitarra) e Roger Taylor (batteria). Un anno più tardi si aggiunge John Deacon (basso).

Il primo album (Queen) appare nel 1973, l’ultimo (Made in Heaven) nel 1995. I Queen hanno realizzato 15 album in studio e innumerevoli altre produzioni dal vivo. Oltre 300 milioni i dischi venduti.

Tra i maggiori successi della band britannica ci sono We are the champions, We will rock you, Bohemian Rhapsody e Under Pressure.

Malato di Aids, Mercury muore il 24 novembre 1991 a Londra.

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Peter Freestone

Nasce l’8 gennaio 1955 a Surrey, in Inghilterra.

Nel 1979 incontra per la prima volta Freddie Mercury alla Royal Opera House di Londra.

Lo stesso anno inizia a lavorare con i Queen. Nel 1980 diventa l’assistente personale di Freddie Mercury (incarico che ricopre sino alla morte del cantante nel 1991).

Autore di due libri su Freddie Mercury, Peter Freestone vive oggi nella Repubblica Ceca dove collabora con la rivista Opera.

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