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"Un lavoro puramente tecnico"

La procuratrice capo del Tribunale penale internazionale dell'Aja Carla del Ponte ritratta assieme ai giudici che compongono il TPI

(Keystone)

Il confronto in aula con Milosevic, la prospettiva dell'arresto di altri accusati serbi. La procuratrice del Tribunale penale internazionale (TPI) Carla del Ponte parla del suo lavoro all'Aja.

Per il Tribunale penale internazionale (TPI) per l'ex-Jugoslavia, a più di due mesi dall'inizio del processo all'ex-presidente Slobodan Milosevic, si profilano novità sul fronte degli accusati serbi ancora latitanti. Lunedì a mezzanotte, ora locale, è scaduto il termine, per gli accusati serbi, di accettare di presentarsi al TPI in data da convenire. Chi ha mancato questo termine rischia, in base alla legge dell'11 aprile sulla cooperazione con il TPI, l'arresto e l'estradizione verso l'Aja.

Ultimatum non prorogabile

L'ultimatum, lanciato il 17 aprile, è stato prorogato due volte, ma ora fonti del ministero della giustizia jugoslavo assicurano che non vi saranno ulteriori dilazioni. Da parte sua, il TPI ha fatto sapere di aspettarsi "azioni concrete" da parte delle autorità di Belgrado.

Solo sei dei 23 serbi accusati deciso di presentarsi volontariamente al TPI. Fra di essi non vi sono né l'ex leader politico e militare dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, né il generale Ratko Mladic, accusati di crimini di guerra e genocidio, in particolare in riferimento al massacro di Srebrenica, dove persero la vita più di 7000 musulmani di Bosnia. Gli osservatori ritengono tuttavia improbabile che Karadzic e Mladic siano arrestati prossimamente.Per Carla Del Ponte, procuratrice del TPI, l'estradizione di Karadzic in particolare sarebbe importante, poiché in ottobre inizia un processo in cui l'ex leader serbo-bosniaco è uno degli imputati.

Procuratrice Del Ponte, come procede il processo a Milosevic?

Sebbene Slobodan Milosevic fin dal principio non abbia riconosciuto la legittimità del TPI, partecipa attivamente ai lavori. Ora stiamo presentando le prove di fatti oggettivi, che non riguardano tuttavia direttamente le sue responsabilità criminali. La fase attuale è importante, perché permette di prestare ascolto alle vittime, ma procede lentamente poiché bisogna analizzare minuziosamente un periodo di dieci anni.

Un processo che farà storia

Lunedì al tribunale penale internazionale dell'Aja per i crimini nell'ex jugoslavia proseguono le udienze nel processo per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità a carico dell'ex uomo forte di Belgrado Slobodan Milosevic. Venerdì, nel corso della prima udienza c'è stato l'atteso faccia a con il presidente kosovaro Ibrahim Rugova, uno dei testimoni principali del processo a carico di Milosevic.

E proprio nel pieno di questo storico processo, la procuratrice generale del TPI Carla Del Ponte ha concesso a swissinfo/SRI questa intervista esclusiva.

Che tipo di procedura segue il tribunale?

Si tratta di un procedimento di tipo anglosassone, per cui tutte le prove devono essere presentate durante le udienze. Una delle sue caratteristiche principali è il controinterrogatorio, che consiste nella possibilità per l'accusato di interrogare i testimoni per verificare la credibilità delle sue affermazioni. È una tattica particolare e abbiamo dovuti allenarci in modo particolare per comprenderla.

La strategia di Milosevic è cambiata?

No, è rimasta la stessa. Afferma di non riconoscere l'autorità del tribunale, ma nello stesso tempo rilascia dichiarazioni. Dice di esprimersi per l'opinione pubblica.

Vi sono relazioni tra Lei e i giudici del TPI?

Stiamo nello stesso edificio e ci incontriamo spesso, ma le nostre relazioni non vanno oltre l'augurarsi buongiorno o buonasera. Uno stile anglosassone che personalmente apprezzò molto.

Quali sono le prospettive di un arresto di Mladic e Karadzic?

La detenzione di Radovan Karadzic è di primaria importanza, per motivi di economia giuridica. C'è un processo che inizia a ottobre con due accusati e lui è il terzo. Abbiamo bisogno di lui per non dover ripetere il processo fra un anno. Ci occupiamo molto di questo caso, sappiamo che si nasconde alla frontiera tra Serbia e Montenegro, il problema è che si muove molto. Non ho polizia giudiziaria alle mie dipendenze che possa arrestarlo e dipendo dai paesi della NATO che si trovano nella regione. Nonostante i contatti che abbiamo con le autorità, queste lo proteggono, come pure la popolazione. Oltretutto, il fatto che porta la divisa comporta per lui una doppia protezione. Lo stesso accade per Ratko Mladic.

Perché il TPI non ha indaGato sulla NATO nella guerra del Kosovo?

Non c'è nulla che impedisca di entrare in questo terreno, però al momento la questione non si pone. Quando arrivai al TPI, esisteva un gruppo di lavoro che esaminava la eventualità di crimini commessi da individui, poiché qui non possiamo pronunciarci sulla legalità o illegalità dell'attacco NATO. Per noi conta la responsabilità individuale e personale. Avevamo un certo numero di casi che avrebbero potuto condurre all'apertura di un'inchiesta formale. Chiedemmo informazioni supplementari, ma - e non mi stancherò mai di ripeterlo - che la NATO non ci diede accesso a tutte le informazioni che avremmo voluto avere. Ma poiché il TPI non ha una scadenza determinata, chissà che quei casi non siano trattati in futuro.

Ha l'impressione di scrivere una pagina di storia?

Quando si è sicuri che un crimine è stato commesso, l'obiettivo è di provare i fatti. Si tratta di un lavoro puramente tecnico, che non lascia spazio alla riflessione più profonda. Riflessione che ci potrà essere in futuro, sulla base di questa inchiesta. Stiamo al di fuori di valutazioni di tipo storico o sociologico. Il nostro lavoro è preparare un processo e non ci resta tempo per altro.

Maria Teresa Benitez de Lugo, L'Aja


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