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3 marzo 2002 Sì all'ONU: una Svizzera meno sola, ma sempre divisa

La Svizzera diventa il 190esimo membro delle Nazioni unite. 16 anni dopo il primo tentativo, la proposta di adesione all'ONU è stata infatti accolta dalla maggioranza del popolo e dei cantoni. Bocciata invece l'iniziativa popolare per una riduzione del tempo di lavoro.

(RSI-SWI)

3 marzo 2002: una data che resterà sicuramente impressa nella storia svizzera. Dopo la schiacciante bocciatura del 1986, il popolo svizzero ha infatti approvato il progetto di adesione all'ONU, rompendo una politica di isolamento in corso ormai dalla nascita dell'organizzazione internazionale, alla fine della Seconda guerra mondiale.

Una decisione di portata storica strappata comunque con un risultato di strettissima misura: il 54,6 percento dei votanti hanno scelto la strada dell'adesione, contro un 45,4 di svizzeri favorevoli alla via solitaria. Ancora più risicata la maggioranza dei cantoni: 12 cantoni hanno infatti accordato il loro sostegno, contro 11 contrari.

La Svizzera si ritrova quindi ad essere un po' meno un Sonderfall, un caso speciale che da decenni solleva non solo dibattiti e vertenze all'interno del paese, ma anche curiosità e, a volte, incomprensione all'estero. Nel 1986, quando ancora nessuno poteva immaginare la fine imminente della Guerra fredda, il popolo svizzero aveva bocciato con un netto 75 percento di voti il progetto di adesione alle Nazioni unite.

Un segnale di apertura atteso da tempo

La Svizzera si appresta dunque ad entrare di pieno diritto nel più importante foro internazionale, dove finora era relegata a spartire una singolare poltroncina di osservatore assieme al Vaticano. Un'istituzione quella delle Nazioni unite che, seppure imperfetta, rappresenta da oltre mezzo secolo una piattaforma mondiale indispensabile per intrecciare il dialogo tra le Nazioni, promuovere la pace e favorire lo sviluppo sociale, economico e culturale a livello planetario.

La Confederazione avrà quindi ora una sua voce in capitolo, potrà prendere parte al processo decisionale e, non da ultimo, potrà far valere attivamente le sue aspirazioni democratiche, la sua vocazione di paese multiculturale e, molto probabilmente, anche i suoi principi di neutralità. Un'opportunità questa che, oltre al suo valore simbolico, rappresenta sicuramente un'occasione importante per lanciare un segnale al resto del mondo e per migliorare un'immagine che, negli ultimi decenni, si era parzialmente offuscata.

Il paese dei "Neinsager", gli oppositori ad ogni cambiamento e ad ogni apertura verso l'estero, aveva attirato non poche incomprensioni all'estero, soprattutto dalla fine della Guerra fredda, quando anche lo strenuo argomento della neutralità aveva perso buona parte della sua forza. Le successive bocciature delle votazioni sull'ONU (1986), lo Spazio economico europeo (1992), i caschi blu (1994), l'Unione europea (2001) non erano passate inosservate a livello internazionale, mettendo in evidenza l'isolamento della Svizzera che ha contrassegnato, in modo particolare, la penosa vertenza sui fondi ebraici.

Una Svizzera spaccata in due

Ancora una volta il quadro emergente da queste votazioni è quello di un paese diviso al suo interno. Diviso per quanto concerne la volontà espressa dalle sue varie regioni linguistiche e diviso anche tra i centri economicamente più forti e quelli di periferia, per quanto riguarda in particolare la Svizzera tedesca.

Uno scenario che riproduce praticamente il risultato di numerose altre votazioni, a cominciare da quella del giugno 2001 sulla partecipazione dell'esercito svizzero ad operazioni di pace all'estero.

Come sempre, la proposta di apertura verso la comunità internazionale è stata trascinata dai cantoni romandi che hanno votato in blocco in favore dell'adesione all'ONU. Il risultato più alto è stato raggiunto chiaramente a Ginevra, sede di numerose organismi delle Nazioni unite, con quasi il 67 percento di "sì". Anche a Neuchâtel, Vaud e nel Giura, la proposta di adesione ha ottenuto ben oltre il 60 percento di voti favorevoli.

Nella Svizzera tedesca è invece emersa la tradizionale frattura tra i cosiddetti cantoni di città e di campagna. Il sostegno maggiore al progetto ONU è stato accordato da Basilea città con oltre il 64 percento di sì. Seguono Basilea campagna, Berna, Zugo e Zurigo, dove i voti favorevoli si situano tra il 55 e il 60 percento.

Tra i principali oppositori all'adesione figurano invece Appenzello interno, Svitto e Glarona, dove nemmeno il 40 percento della popolazione si è espressa in favore delle Nazioni unite.

Come già successo in diverse recenti votazioni, il Ticino si è distanziato dagli altri cantoni latini, bocciando con oltre il 58 percento dei voti la proposta di entrare nell'organizzazione internazionale. Una conferma dei timori e della diffidenza che caratterizza la Svizzera italiana nei confronti di numerose proposte di apertura verso l'estero.

La partecipazione al voto ha raggiunto su scala nazionale un discreto 58 percento. Una quota evidentemente più alta rispetto a quelle registrate in votazioni su temi minori, ma indubbiamente non proprio brillante se si tiene conto della portata dell'oggetto sottoposto questa fine settimana al verdetto popolare. A titolo di paragone va ricordato che, nel 1992, la votazione sullo Spazio economico europeo aveva chiamato alle urne il 78 percento degli aventi diritto.

No alle 36 ore

Come previsto, la proposta di ridurre l'orario lavorativo è stata spazzata via senza esitazioni, bocciata da tutti i cantoni e da tre svizzeri su quattro. Il maggior numero di oppositori si è registrato ancora una volta nella Svizzera centrale, dove i "sì" non hanno raggiunto neppure il 20 percento.

L'iniziativa per l'introduzione di una settimana lavorativa di 36 ore è stata accolta più timidamente nei cantoni romandi e nel canton Ticino, dove le percentuali di voti favorevoli si situano tra il 35 e il 42 percento. Un risultato dovuto forse ad una maggiore sensibilità sociale presente in questi cantoni e, probabilmente, all'esistenza di un tasso di disoccupazione più alto rispetto alla Svizzera tedesca.

Il voto negativo era comunque scontato, dal momento che la chiara maggioranza delle forze politiche ed economiche avevano invitato la popolazione a respingere l'iniziativa, considerata come un pericolo per la stabilità economica generale e per lo sviluppo finanziario di numerose aziende. Da notare che l'iniziativa presentata dall'Unione sindacale svizzera non aveva ottenuto un consenso unanime neppure all'interno della sinistra.


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