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A Nuova York, Villiger sottolinea l'importanza del dialogo

Kaspar Villiger ha richiamato le élites di politica e economia alla responsabilità verso i paesi in via di sviluppo.

(swiss-image.ch/Remy Steinegger)

Al Forum economico mondiale, il presidente della Confederazione difende la globalizzazione, ma si pronuncia in favore di un'apertura a tutti i livelli.

Con il trasferimento della riunione dalla Svizzera agli Stati Uniti, lo scenario, ovviamente, è cambiato: le montagne grigionesi hanno lasciato il posto ai grattacieli di Manhattan. Ma la tradizione resta. Alla riunione annuale dei "leaders globali", è toccato al presidente della Confederazione elvetica l'onore di esprimersi per primo.

Di fronte a 3'000 "grandi" - ministri, capi di Stato e di governo, industriali - Kaspar Villiger ha difeso l'apertura economica e la globalizzazione. "E' un'occasione da non perdere", ha detto il presidente, "la mondializzazione ha fatto uscire milioni di persone dalla povertà."

Ne è la prova vivente la Svizzera: un piccolo Paese, che dipende in massima parte dalle sue esportazioni. "Senza sbocchi sui mercati internazionali," ammette Villiger, "non potremmo mantenere la nostra prosperità economica. Non c'è un'alternativa convincente alla mondializzazione."

Dialogare: un dovere

Kaspar Villiger ammette comunque che la globalizzazione presenta anche alcuni "lati oscuri". "Bisogna dunque rafforzare gli aspetti positivi della mondializzazione, cercando di attenuare gli effetti negativi." Il presidente della Confederazione è del parere che si debbano rispettare alcune condizioni. Bisogna stabilire regole molto severe, a livello internazionale, incoraggiare l'avvento di élites più responsabili e aprire i mercati dei Paesi ricchi alle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo.

Ma è altrettanto necessario aprire il dibattito: "Includere nella discussione gli oppositori, che accettano il dialogo, è un dovere", ha sottolineato il presidente svizzero, che non si limita alle parole. In precedenza, infatti, Villiger aveva inaugurato il "Public Eye on Davos", una contro-conferenza critica, organizzata dalla Dichiarazione di Berna, un'organizzazione non governativa svizzera.

Ascoltare. Prendere sul serio le critiche: esortazioni che sono state formulate a più riprese nel corso della sessione d'apertura. "Vorrei tendere la mano a tutti coloro che sono riuniti fuori, davanti a questo palazzo, per trovare insieme soluzioni accettabili per tutti", ha dichiarato Klaus Schwab, fondatore del Forum di Davos.

Un atto di amicizia e di solidarietà

Con il consenso delle autorità, giovedì si sono svolte le prime manifestazioni nelle strade di Nuova York. Alcune centinaia di militanti sindacalisti hanno ad esempio protestato davanti ad un negozio della catena The Gap , sulla 5th Avenue, a due passi dall'edificio nel quale erano riuniti i partecipanti al Forum.

Una specie di aperitivo prima del piatto forte, cioè il grosso dei "no global", gli oppositori al Forum, attesi per sabato. Per alcuni, questo Forum è una specie di bestia nera. Per Kaspar Villiger, è un luogo di dibattito, uno spazio, aperto anche alle critiche. "Accettando anche le critiche, si dà prova di responsabilità", dice Kaspar Villiger. "Proprio questa cultura del dialogo caratterizza lo spirito di Davos".

L'ombra di Davos su Manhattan

A migliaia di chilometri di distanza, la piccola località grigionese è però presente in molte teste e in molti cuori. I partecipanti alla riunione hanno d'altronde interrotto il presidente svizzero, quando evocava la possibilità di far tornare il Forum a Davos, l'anno prossimo. Forse un'interruzione di buon auspicio.

Klaus Schwab ha d'altronde ricordato il senso del trasferimento del Forum da Davos a Nuova York: Un atto di amicizia, di solidarietà e di partenariato della Svizzera nei confronti di Nuova York e degli Stati Uniti, dopo quanto avvenuto l'11 settembre.

Di parere diverso dal presidente Villiger è invece il sindaco di Nuova York, Michael Bloomberg, che vorrebbe che il Forum restasse a Manhattan anche in futuro. Per lui, la Svizzera è fatta per poterci andare a sciare!

Pierre Gobet, inviato speciale a Nuova York

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