«La situazione è catastrofica in Messico e la terra continua a tremare»

Dal sisma di magnitudo 8,2 che il 7 settembre ha colpito Chiapas e Oaxaca, facendo oltre cento morti, la terra continua a tremare nel Sud del Messico, con oltre 5'000 scosse di assestamento. Coordinatore di una ONG svizzera, l’antropologo Philipp Gerber denuncia l’assenza dello Stato messicano di fronte a questa grave crisi umanitaria.

Questo contenuto è stato pubblicato il 02 ottobre 2017 - 16:00
Le strade sono ancora piene di detriti nel villaggio di Juchitán, nell Stato messicano di Oaxaca colpito dal più grave terremoto degli ultimi cento anni. Keystone / EPA / Jorge Nunez


A quasi un mese dal sisma, le autorità messicane non stanno facendo abbastanza per portare soccorso alla popolazione locale e ricostruire i villaggi colpiti. È la denuncia dell’antropologo zurighese Philipp Gerber, coordinatore dell’ONG Medico International Schweiz. Il 46enne lavora attualmente come volontario nella regione di Oaxaca, dove è stato localizzato l’epicentro del più grave terremoto che ha colpito il Messico negli ultimi cento anni.

swissinfo.ch: Qual è la situazione nelle comunità colpite dal terremoto nel sud del Messico?

Philipp Gerber: La terra continua a tremare, con una nuova scossa quasi ogni ora, e la gente non riesce più a dormire. Con altri colleghi dell’ONG Codigo DH, siamo andati a visitare alcuni villaggi discosti e particolarmente colpiti dal sisma, come Juchitán e San Dionisio del Mar, nello Stato di Oaxaca. A Juchitán, la gente dorme davanti alla propria casa, che è stata distrutta dal sisma e che a ogni scossa di assestamento viene ulteriormente danneggiata. È una situazione davvero catastrofica. Inoltre negli ultimi giorni ha piovuto molto, e la gente ha paura che l’acqua possa causare frane e inondazioni.

swissinfo.ch: La ONG Medico International Schweiz è riuscita a instaurare un rapporto di fiducia con la popolazione locale. Che tipo di aiuto offre concretamente nella regione?

Ph. G.: Siamo giunti nella regione con personale medico e con ingegneri incaricati di analizzare in modo indipendente lo stato delle abitazioni. Lavoriamo in due modi. Da un lato, offriamo sostegno in campo medico e psicosociale. E non solo ai feriti, perché è popolazione nel suo insieme ad essere sotto choc. La salute dei malati cronici è seriamente peggiorata, perché si trovano in condizione di stress, giorno e notte. E poi non mangiano bene. Per questo abbiamo deciso di lanciare un progetto per aiutare le comunità a superare il trauma.

Dall'altro lato, appoggiamo la ricostruzione del tessuto sociale con la creazione di cucine comunitarie e ci prendiamo cura dei bambini, che oltre a non avere più una casa, non possono andare a scuola.

Un bambino di 11 anni davanti alle rovine della sua casa, a Juchitan, il 10 settembre 2017. AP Photo/Rebecca Blackwell

swissinfo.ch: Lo Stato è accusato di non garantire sufficienti aiuti alle regioni colpite. Qual è la situazione dal suo punto di vista?

Ph. G.: Gli aiuti pubblici sono scarsi. Soltanto nell’Istmo di Oaxaca, sono 41 i comuni riconosciuti come zone di catastrofe e in questi comuni vivono centinaia di comunità private di sostegno da parte dello Stato.

La popolazione non ha accesso alle risorse pubbliche e vive grazie alla solidarietà internazionale, con aiuti provenienti dalle ONG ma anche da persone private toccate dal fenomeno. Inoltre, gli abitanti di Oaxaca e Chiapas temono che il terremoto che ha colpito Città del Messico a fine settembre metta la loro situazione in secondo piano.

Questa catastrofe non può essere gestita unicamente con fondi provenienti dalle ONG. Lo Stato messicano deve fare il necessario. Per ricostruire i villaggi, le case e le infrastrutture, saranno necessari mesi o perfino anni. Osserveremo come si comporta lo Stato, cosa fa. E nel caso in cui gli aiuti non vengano distribuiti in modo equo o non arrivino alle popolazioni, appoggeremo un’azione di denuncia pubblica.

swissinfo.ch: Niente di nuovo per queste comunità, nelle quali i partiti politici cercano di essere protagonisti, anche in mezzo al disastro…

Ph. G.: Effettivamente. Molti villaggi erano già confrontati con gravi conflitti politici prima della catastrofe, soprattutto a causa dei megaprogetti energetici e minerari che il governo vuole creare senza consultare prima la popolazione. Ci sono persone che si sono opposte a questi progetti e che hanno perso la casa in seguito al terremoto, ma non sono stati inseriti nella lista delle vittime.

L’assistenza psicologica e medica che offriamo agli abitanti di questi villaggi ha per obiettivo anche di aiutarli a difendere il diritto a una ricostruzione dignitosa delle loro case e delle loro comunità.

Il governo è assicurato presso la Banca mondiale contro terremoti di questa portata. Le risorse, dunque, esistono, ma il problema è sapere in che modo vengono utilizzate. Quattro anni fa, ad esempio, dopo il passaggio degli uragani Ingrid e Manuel, le case di alcuni villaggi sono state ricostruite così male che la gente non ha voluto trasferirsi lì. D’altronde oggi queste case stanno cadendo a pezzi. La ricostruzione post terremoto sarà un tema politico importante, dato che il prossimo anno ci sono le elezioni presidenziali.

swissinfo.ch: Qual è la sua impressione in quanto abitante di Oaxaca e volontario svizzero in una regione dimenticata?

Ph. G.: Di fronte a queste tragedie, si rimane molto colpiti per ciò che sta attraversando la popolazione e per la mancanza di intervento da parte delle autorità. D’altro canto, siamo anche di fronte a una solidarietà impressionante della società messicana. Se la gente ha da mangiare è soprattutto grazie alle donazioni di cibo arrivate da tutto il paese e dall’estero.  

swissinfo.ch: Che messaggio vuole trasmettere alla gente in Svizzera e in altre parti del mondo che desidera aiutare la popolazione messicana?

Ph. G.: Il mio messaggio è che siamo di fronte a una grande emergenza. Gli Stati di Chiapas e Oaxaca sono molto poveri. Molta gente ha perso la casa e quel poco che possedeva. Siamo in una situazione di emergenza umanitaria e dobbiamo sostenere la popolazione il più possibile per superare la crisi.

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