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Ancora lungo il cammino verso la parità

In passato, le donne svizzere hanno già manifestato a difesa della parità dei sessi

(Keystone)

Da 10 anni è in vigore la legge sulla parità dei sessi. Le donne beneficiano sì di opportunità lievemente migliori, ma guadagnano sempre il 25% in meno degli uomini.

Il governo traccia un bilancio mitigato della legge. I suoi effetti possono essere ulteriormente migliorati, informando maggiormente sui suoi contenuti.

La legge federale sulla parità dei sessi (in vigore dal 1996) ha avuto effetti positivi, ma sussistono ancora problemi, in particolare per ciò che concerne i salari.

Per il Consiglio federale, che ha approvato giovedì il rapporto che ne traccia il bilancio, non è però necessario procedere ad una revisione.

Le persone interrogate durante la valutazione, considerano che la legge è «utile, adeguata e applicabile».

Discriminazioni professionali

Per la direttrice dell'Ufficio federale per l'uguaglianza tra donna e uomo, Patricia Schulz, «uno dei grandi meriti della legge è di aver reso i datori di lavoro attenti alle loro responsabilità in caso di molestie sessuali».

In materia di rimunerazioni o di misure di promozione della parità da parte dei datori - sottolinea Schulz - la legge non ha tuttavia raccolto i frutti sperati.

Le donne continuano infatti a conciliare con fatica vita professionale e famiglia, oltre a guadagnare in media il 25% in meno dei colleghi maschi nel settore privato.

Un altro problema è rappresentato dalla paura del licenziamento e dal suo effetto dissuasivo su coloro che vorrebbero battersi contro le discriminazioni.

La «buona» notizia è che le querele sono aumentate: i tribunali si sono pronunciati in 270 occasioni durante l'ultimo decennio, contro soltanto una quindicina di casi in precedenza.

Nessuna revisione

La sola legge non può però risolvere ogni problema. «In special modo, non può modificare il mercato del lavoro o le condizioni quadro», ammette Schulz.

Della stessa opinione il vicedirettore dell'Ufficio federale di giustizia, Luzius Mader: «La parità dei sessi è anche una questione di società».

Il Consiglio federale non prevede perciò una revisione legislativa, né tanto meno un rafforzamento della protezione contro i licenziamenti, come invece chiedeva la deputata socialista in parlamento Vreni Hubmann, all'origine del rapporto odierno.

«Non si prevede inoltre di estendere il diritto di agire delle organizzazioni o di rendere le sanzioni più severe», aggiunge Patricia Schulz.

Migliorare la sensibilizzazione

Il governo elvetico giudica invece necessario migliorare la sensibilizzazione e l'informazione sull'esistenza ed il contenuto della legge. Inizialmente, sarà pubblicata una brochure esplicativa.

Le aziende dovranno inoltre poter beneficiare, più facilmente, di un sostegno finanziario per i progetti di promozione dell'uguaglianza. A corto termine, non è però previsto alcun aumento dei fondi disponibili (4,2 milioni di franchi ogni anno).

Il governo ha pure evocato la possibilità di introdurre una sorta di «marchio di parità», destinato alle imprese che si impegnano a ridurre il divario tra uomini e donne.

Il label potrebbe in futuro essere esteso anche ad altri fattori discriminatori, come l'età e la provenienza degli impiegati.

swissinfo e agenzie

Fatti e cifre

Le donne rappresentano il 51,1% della popolazione svizzera.
Nel settore privato, le donne guadagnano il 25% in meno rispetto agli uomini.
11% in meno nelle istituzioni pubbliche.
Il divario sale al 30% tra i quadri dell'economia.

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In breve

In Svizzera, le donne hanno ancora parecchio terreno da recuperare nel confronto degli uomini.

A livello nazionale, le donne elvetiche hanno ottenuto il diritto di voto e di eleggibilità soltanto nel 1971, molto più in ritardo rispetto ad altri Paesi europei.

Il principio della parità tra uomo e donna è iscritto nella Costituzione federale dal 1981.

La legge sulla parità dei sessi, in vigore dal 1996, intende evitare le discriminazioni nel mondo del lavoro.

Al 1. gennaio 2006, il gentil sesso occupava un quarto dei seggi in parlamento; in Europa, la percentuale media scende al 18,4%.

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