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Antirazzismo: la campagna delle polemiche

Dove prendondo i kosovari le autoradio? Cosa fanno le thailandesi la notte? Risposte: a) al negozio; b) dormono (manifesto: GRA.ch)

Lanciata lunedì scorso, la nuova campagna della Fondazione contro il razzismo e l’antisemitismo, ha già sollevato un polverone.

La campagna, sia essa rivoluzionaria o controproducente, ha il merito di aprire un dibattito sulla comunicazione sociale.

L’azione, promossa dalla Fondazione contro il razzismo e l’antisemitismo (GRA), si presenta in modo burlesco, ironizzando sui luoghi comuni. In versione fumetto si vedono donne musulmane con il velo, neri fra le banane e ebrei con naso aquilino.

Così, a lato di una sorridente donna, si legge: «Che cosa fanno le turche con il sacco della spazzatura?». In piccolo, sotto, c’è anche la risposta: «Ci mettono i rifiuti come tutti gli altri». Su un altro manifesto: «Come guadagnano gli ebrei i loro soldi?», risposta: «Lavorando, come tutti».

Si tratta di un nuovo approccio al tema: «Normalmente si rinfaccia ai difensori dei diritti umani di fare leva solo sui buoni sentimenti, di agire senza mordente – spiega Boël Sambuc, vice-presidente della Commissione federale contro il razzismo (CFR) – ma questo tentativo non è privo di rischi».

Le reazioni

La GRA, che ha ottenuto un congruo sostegno pubblico per la sua campagna, spera di «sensibilizzare la popolazione per questi temi e spingerli ad una riflessione». Ma la cosa non è piaciuta a tutti.

«Anche se l’intento è lodevole, temo che la campagna sia a doppio taglio», afferma per esempio Jean-Pierre Keller, sociologo dell’arte e dell’immagine presso l’Università di Ginevra.

Un altro esempio della campagna: «Dove prendono i kosovari le loro autoradio?». Risposta: «Le acquistano, come fanno tutti». Implicitamente riecheggia il pregiudizio che chi ha origini balcaniche ha automaticamente una vena criminale.

«Associare una comunità ad uno stereotipo è pericoloso. Qualcuno potrebbe affermare che non c’è fumo senza arrosto», teme ancora Keller, parlando a swissinfo.

Anche i coinvolti scettici

Anche Andrew Katumba, zurighese di origini africane e attivo nel marketing, non è soddisfatto: «Più che far discutere, questa campagna cementa i pregiudizi. Sia il testo che l’immagine scelti riducono gli stranieri ad uno stereotipo banale. Il tema è troppo importante, non può essere ridotto a questi termini».

Terreno di scontro non è solo la scelta di uno stile caricaturale tipico della lingua dei fumetti. Anche l’esecuzione grafica è ritenuta fuorviante: «Si vede solo la domanda, la risposta è praticamente illeggibile».

E poi, conclude il trentaduenne impegnato nella politica dell'integrazione: «Con la più buona volontà, non riesco a riconoscermi nella persona di colore con la smagliante dentatura bianca, ritratta in un paesaggio di noci di cocco e banane».

Un problema reale

Che il razzismo sia una realtà lo dimostra la cronaca. Certo i casi gravi sono rari, ma è nella quotidianità che l’incomprensione inizia, si afferma in un rapporto la Commissione contro il razzismo.

«Fra i gruppi colpiti dalle diverse forme di razzismo ci sono le popolazioni nomadi e gli ebrei, ma anche gli immigrati turchi, gli africani e soprattutto i kosovari», spiega a swissinfo Cécile Bühlmann, consulente della CFR.

Campagna necessaria

Proprio questi gruppi sono l’oggetto della campagna e al segretariato della Fondazione si afferma: «Le reazioni indicano che la campagna è più che mai necessaria». Un giudizio confermato da Cécile Bühlmann: «Le campagne con i manifesti funzionano. È dimostrato, anche se si può discutere sulla scelta dei soggetti».

Per questo ci si appella ad un’attenzione particolare, ribatte Jean-Pierre Keller:«C’è il rischio di banalizzare i messaggi. Anche i soggetti più complessi che meritano una riflessione approfondita, vengono ridotti a degli slogan».

E la Bühlmann precisa: «I manifesti sono solo un mezzo che completa l’attività della Commissione federale e dei gruppi come la Fondazione contro il razzismo e l’antisemitismo. Un’azione efficace comincia dalla scuola, tematizza le difficoltà con il diverso e richiama periodicamente l’attenzione della società civile sul tema».

swissinfo, Daniele Papacella

In breve

Nell’immagine razzista del mondo, i bersagli si sostituiscono periodicamente. Una volta erano gli italiani o gli spagnoli, ma questi due gruppi fanno ormai parte della società. Sono schedati come “buoni”, e non sono più bersaglio dell’intolleranza degli svizzeri.

Al centro dei raptus di rifiuto collettivo sono soprattutto le comunità arrivate recentemente; fra questi appunto i lavoratori provenienti dalla ex-Iugoslavia, soprattutto Kosovari.
Ci sono poi altri gruppi, come gli ebrei e gli zingari, che sono costantemente attaccati.

La buona volontà da parte dei singoli stranieri non basta. Si sa che una buona integrazione non risparmia le vittime da attacchi verbali. Dunque anche chi è perfettamente assimilato non è immune dai riflessi di rifiuto razzisti.

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