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Apartheid, nuova denuncia contro banche svizzere

Una strada di Johannesburg ai tempi dell'apartheid

(Keystone Archive)

L'avvocato americano Michael Hausfeld ha deposto martedì a New York una nuova denuncia contro società che hanno intrattenuto relazioni d'affari con l'ex-regime sudafricano.

UBS e Credit Suisse, sulla lista degli accusati, negano ogni responsabilità.

Altre vittime del regime sudafricano dell'apartheid chiedono giustizia. Dopo la denuncia "Jubilee 2000", inoltrata alcuni mesi fa negli Stati Uniti dal discusso legale Ed Fagan, adesso si fa avanti anche Michael Hausfeld.

Il noto avvocato americano, in collaborazione con il collega sudafricano Charles Abrahams, ha presentato una nuova denuncia collettiva contro alcuni istituti bancari e varie imprese presso un tribunale di New York.

L'avvocato sudafricano ha precisato che la querelante è l'organizzazione Khulumani, che rappresenta 33 mila vittime dell'apartheid. Nella lista delle imprese denunciate sono finiti ancora una volta il Credito svizzero e l'UBS.

Denunciate società di 6 paesi

I termini della denuncia, tenuti gelosamente segreti fino all'ultimo momento, sono stati pubblicati martedì mattina su internet e presentati ufficialmente a Johannesburg, in Sudafrica, nel corso di una conferenza stampa tenutasi presso il "Central Methodist Church".

La nuova denuncia punta il dito contro imprese americane, tedesche, francesi, britanniche, olandesi e svizzere. Fra gli accusati - 20 in tutto - figurano le compagnie petrolifere Exxon Mobil e Shell, le case automobilistiche americane Ford e General Motors, il gigante dell'informatica IBM e diverse banche, fra cui Citigroup, Barclays national bank, Deutsche e Dresdner Bank. E come nella denuncia di Fagan, anche questa volta spuntano i nomi dell'UBS e del Credito Svizzero.

Istituti finanziari e imprese sono in sintesi accusati di aver contribuito, con la concessione di crediti o con la vendita di prodotti, a sostenere il regime segregazionista, che per anni ha sfruttato la popolazione nera e applicato condizioni di lavoro discriminatorie.

Adesso molte vittime ritengono giunto il momento di un risarcimento per i torti subiti e chiedono alla giustizia americana di condannare le imprese ritenute coinvolte con l'ex regime di Pretoria che hanno una sede negli Stati Uniti. E per gli avvocati Fagan e Hausfeld si apre una difficile fase dall'esito per il momento tutt'alto che scontato.

UBS e Credit Suisse negano ogni responsabilità

Le due banche svizzere negano ogni responsabilità, sostenendo di aver sempre agito nel rispetto delle leggi.

"Con il Sudafrica, come nei confronti di altri paesi, l'UBS ha sempre agito in linea con la politica estera ufficiale della Svizzera e nel rispetto delle più importanti disposizioni", afferma Monika Dunant, portavoce di UBS. "Per questo, non vediamo nessun rapporto tra le nostre attività in Sudafrica e le sofferenze di cittadini sudafricani sotto il regime d'apartheid."

Nemmeno il Credito Svizzero intravede relazioni tra le sue attività d'affari e le azioni del regime sudafricano. Come l'UBS, anche il Credito Svizzero "ha sempre agito nel rispetto di tutte le leggi e delle direttive del governo svizzero in merito agli affari con il Sudafrica", specifica Andresa Hildenbrand.

E il portavoce del CS Group aggiunge che la banca "non ha mai violato o aggirato nessuna sanzione internazionale attuabile".

Istituti leader nei rapporti con il Sudafrica

Per Finanzplatz Schweiz, invece, è più che ovvio che le due grandi banche svizzere finiscano sul banco degli imputati.

"UBS e Credit Svizzero sono stati tra gli istituti leader nei rapporti con il regime dell'apartheid", afferma Mascha Madörin, del gruppo indipendente di monitoraggio del sistema finanziario elvetico.

"Insieme a quelle tedesche", aggiunge, "le due grandi banche elvetiche hanno continuato a fare affari con il regime d'apartheid anche dopo l'imposizione nel 1985 di sanzioni internazionali contro il Sudafrica, allorché altre banche internazionali, pure sul banco d'accusa, si erano già ritirate".

Fondi per commettere crimini contro l'umanità

Il 19 giugno Ed Fagan aveva inoltrato al tribunale di Manhattan una «class action» contro UBS, Credit Suisse e l'istituto di credito americano Citicorp, accusati di aver sostenuto il regime dell'apartheid sudafricano.

Secondo il testo della denuncia, le tre banche avrebbero fornito fondi al governo di Pretoria affinché potesse acquisire «tecnologie, sistemi, attrezzature e/o prodotti» da usare per commettere «crimini contro l'umanità nei confronti della popolazione del Sudafrica fra il 1948 e il 1993».

Lo scorso ottobre, Fagan ha presentato, sempre a Manhattan, una denuncia collettiva «consolidata», che riunisce le querele contro società che hanno filiali con sedi a New York fra cui le svizzere Novartis e Sulzer.

Lo studio legale di Fagan ha inoltre depositato una seconda denuncia davanti a un tribunale del New Jersey. Fra i querelati vi sono le multinazionali svizzere Nestlé e Roche.

Altre denunce collettive sono in fase di elaborazione in vari stati americani. Fagan ha chiesto che l'insieme delle denunce collettive a nome delle vittime del regime razzista sudafricano sia trattato da un unico tribunale. Una decisione in merito è attesa per il 21 novembre.

Anna Mäder Ferro e Fabio Mariani

In breve

Secondo Il "National Law Journal", il 56enne Michael Hausfeld - che ha inoltrato la nuova denuncia collettiva - è uno tra i 100 avvocati più influenti degli Stati Uniti.
È specializzato in cause antitrust, ma ha al suo attivo anche cause per la difesa dei diritti umani, la discriminazioni sul posto di lavoro, la protezione dell'ambiente e i diritti dei consumatori.
È stato uno dei primi avvocati statunitensi a denunciare casi di molestie sessuali ed ha vinto importanti cause intentate contro potenti imprese accusate di danneggiare l'ambiente o di razzismo sul posto di lavoro.
Hausfeld era tra gli avvocati delle vittime dell'olocausto che hanno chiesto risarcimenti alle banche elvetiche. Adesso rappresenta "Giubileo 2000", Khulumani (raggruppa circa 30 mila vittime dell'apartheid) e altre ONG che denunciano abusi subiti durante il regime segregazionista.

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