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Baragiola: un colpo mediatico della magistratura italiana

Alvaro Baragiola in una foto di archivio Keystone

In un'intervista a swissinfo, Baragiola considera ingiustificata l'azione lanciata dalla giustizia italiana per giungere ad una sua cattura. A suo giudizio, si tratterebbe soltanto di un colpo mediatico messo in atto dalla magistratura italiana.

Questo contenuto è stato pubblicato il 12 ottobre 2000 - 19:24

Dopo 4 mesi trascorsi in condizioni di totale isolamento nella prigione di Borgo, nei pressi di Bastia, Alvaro Baragiola ha ritrovato mercoledì la libertà. Le autorità giudiziarie francesi hanno infatti respinto la richiesta di estradizione avanzata dall'Italia nei suoi confronti. Baragiola ammette di aver compiuto un'ingenuità recandosi per le vacanze in Corsica, pur sapendo di essere ricercato attivamente dalla magistratura italiana, che lo aveva già condannato all'ergastolo.

Baragiola è tuttavia convinto di aver pagato i suoi debiti nei confronti della giustizia: in Svizzera è rimasto in carcere per 11 anni, dopo la condanna inflitta nel 1989 a Lugano in relazione all'omicidio del giudice romano Girolamo Tartaglione, eliminato dalle Brigate rosse nel 1978. A questo proposito, il ticinese deplora la mancanza di comunicazione e di coordinazione da parte delle autorità svizzere e di quelle italiane: ancora oggi si considera vittima di procedure incentrate sugli stessi fatti. A suo giudizio, la Svizzera non avrebbe inoltre intrapreso nulla per spingere l'Italia a riconoscere la sua competenza giudiziaria.

Secondo Baragiola non esiste da parte italiana un interesse specifico nei suoi confronti: un suo arresto avrebbe costituito semplicemente "un'occasione per gli inquirenti italiani di mettere a segno un colpo mediatico" e di perseguire degli interessi che non corrispondono ad una ricerca di giustizia e verità. "Se così fosse" prosegue Baragiola "la magistratura italiana avrebbe già concordato con le autorità giudiziarie svizzere la possibilità di condurre un procedimento sostitutivo per tutte le procedure avviate in Italia".

Baragiola preferisce comunque non esprimersi sulla questione relativa alla sua appartenenza alle Brigate rosse. "Quest'organizzazione non esiste più da ormai una quindicina d'anni" afferma Baragiola, che giudica quindi ingiustificata la decisione delle autorità francesi di tenerlo in stato di totale isolamento. I motivi addotti dagli inquirenti francesi consistevano infatti nell'appartenenza a organizzazione terrorista. Una detenzione considerata "kafkiana" da Baragiola, durante la quale è stato interrogato, come testimone, anche da rappresentanti della giustizia italiana, senza tuttavia essere stato informato sugli estremi dell'inchiesta.

Il ticinese sottolinea che anche le autorità francesi hanno giudicato ingiusta e contraria alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo la decisione della magistratura italiana di processarlo in contumacia. Negli anni novanta, Baragiola era stato infatti condannato all'ergastolo in Italia, in relazione tra l'altro all'omicidio di Aldo Moro, mentre si trovava in un penitenziario in Svizzera.

Per il futuro, Baragiola intende ritornare in Svizzera e spera di ritrovare un lavoro. Un'impresa difficile, poiché si trova tuttora in libertà condizionata e nella fase finale del reinserimento sociale che dovrebbe far seguito all'esecuzione di una pena.

Armando Mombelli

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