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Circolazione delle persone: liberata anche dalle paure

(swissinfo.ch)

Considerata come il dossier più scottante degli accordi bilaterali con l'UE, la libera circolazione delle persone non spaventa quasi più nessuna categoria professionale.

Durante la campagna per la votazione federale del 21 maggio 2000, l'ipotesi di una Svizzera sommersa da decine di migliaia di lavoratori provenienti dai paesi vicini era stata utilizzata come lo spauracchio più minaccioso da parte degli oppositori ai 7 accordi settoriali conclusi con l'Unione Europea (UE). Due anni dopo, giunto il fatidico momento della loro entrata in vigore, regna un clima alquanto rilassato, privo di grandi polemiche e di attacchi pesanti.

Sul piano politico, a calmare gli animi negli ultimi tempi ha sicuramente contribuito la sepoltura del progetto di adesione all'UE, dopo il chiaro voto espresso dal popolo nel marzo 2001. A livello invece più pratico, i timori sono stati probabilmente alleviati dal fatto che la libera circolazione delle persone è stata volutamente negoziata dal Consiglio federale come una pillola, dolce o amara, da digerire a tappe.

Nei primi due anni, solo i cittadini dell'UE già residenti in Svizzera avranno piena libertà di lavoro e di domicilio. I contingenti dovrebbero sparire solo dopo 5 anni, ma potrebbero venir reintrodotti unilateralmente dalle autorità elvetiche in caso di afflusso troppo massiccio. L'accordo diventerà definitivo solo dopo 12 anni, ma anche a questo punto vi sarà ancora la possibilità di far valere una clausola di salvaguardia.

Esperienze finora positive

Oltre a questo dispositivo per il futuro, anche due importanti dati del passato permettono di prevedere rischi molto limitati di un'immigrazione in massa. Innanzitutto, come sottolinea Christoph Müller, portavoce dell'Ufficio federale degli stranieri, "già da diversi anni si nota piuttosto una leggera diminuzione della popolazione straniera con passaporto comunitario".

Inoltre, all'interno della stessa UE non vi sono stati grandi movimenti di manodopera dall'introduzione della libera circolazione delle persone 10 anni fa. Per queste ragioni e tenendo conto dell'andamento degli ultimi mesi, l'Ufficio federale degli stranieri prevede per quest'anno soltanto un leggero aumento delle richieste di lavoro da parte di cittadini provenienti dai 15.

A medio termine rimangono invece ancora difficili da valutare le conseguenze del previsto allargamento ad est dell'UE, che potrebbe rafforzare in modo molto più marcato la pressione migratoria da paesi dell'Europa orientale con un tenore di vita alquanto inferiore. È comunque molto probabile che i membri attuali dell'UE imporranno, a loro volta, ai candidati all'adesione un periodo di transizione destinato a frenare per diversi anni la libera circolazione delle persone.

Padronato e sindacati ottimisti

Organizzazioni padronali, federazioni dei lavoratori e associazioni di categoria condividono globalmente l'ottimismo delle autorità elvetiche. Anche perché, secondo alcune stime, l'impatto economico positivo degli accordi bilaterali dovrebbe portare alla creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro.

Per economiesuisse vanno considerati soprattutto gli aspetti positivi della libera circolazione delle persone, come la possibilità di trovare più facilmente personale qualificato all'estero. "Attualmente" - precisa Gregor Kündig, membro della direzione dell'organizzazione padronale - "i datori di lavoro devono seguire una procedura complicata per ottenere un permesso di lavoro da parte delle autorità e spesso le loro richieste rimangono nell'incertezza per mesi".

Da parte sindacale si ricorda invece come il mercato del lavoro svizzero non sia particolarmente attrattivo per la manodopera dei paesi vicini: l'orario lavorativo elvetico è tra i più lunghi in Europa e il rapporto tra salari e costo della vita non è particolarmente favorevole.

"Le nostre preoccupazioni" - afferma Jean-Claude Prince, segretario dell'Unione sindacale svizzera - "riguardano piuttosto le misure di accompagnamento previste dal governo per lottare contro i possibili effetti negativi della libera circolazione, ad esempio dumping salariale o peggiori condizioni di lavoro. Aspettiamo con impazienza di conoscere la portata di tali misure".

Medici i più a rischio

Più che i dipendenti potrebbero essere alcune professioni liberali a risentire di una maggiore pressione con l'apertura delle frontiere alla manodopera comunitaria. Finora, si registra però un interesse di rilievo soltanto da parte dei 3400 medici e dentisti dell'UE già residenti in Svizzera e attivi soprattutto negli ospedali.

Da poco più di un mese, circa 150 domande di riconoscimento dei diplomi sono state presentate all'Ufficio federale della sanità, con punte quotidiane di 8 a 10 richieste negli ultimi giorni. Queste domande rappresenterebbero il primo passo per ottenere in seguito dalle autorità cantonali il permesso di aprire uno studio medico.

Simili cifre sollevano una certa preoccupazione in un settore, come quello della sanità, che non riesce a contenere i suoi costi. Infatti, come dimostrato da alcune inchieste, una maggiore concorrenza tra medici non porta ad una riduzione delle tariffe, ma ad un aumento delle prestazioni e quindi dei costi. L'apertura di un nuovo studio medico si traduce, in media, in costi supplementari di circa mezzo milione di franchi per l'assicurazione malattia.

Secondo Christoph Hänggeli, rappresentante dell'associazione dei medici FMH, probabilmente saranno alcune centinaia, e non migliaia, i medici dell'UE che cercheranno di aprire uno studio in Svizzera nei prossimi anni. Anche in questo caso si tratterebbe comunque di un aumento non indifferente: finora si contavano ogni anno solo 300 nuovi studi medici in tutto il paese.

La problematica dei medici appare comunque isolata anche tra le professioni liberali, molte delle quali sottoposte a discipline e regolamentazioni che variano troppo da un paese all'altro. Esemplare in tal senso il caso degli avvocati: ancora attualmente esistono ostacoli addirittura cantonali che frenano la mobilità degli stessi avvocati svizzeri.

Armando Mombelli


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