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Consiglio degli svizzeri dell’estero Consolati, una pillola con un gusto amaro fino al 2014

Dal 2011 le chiusure di rappresentanze consolari si susseguono, con grande disappunto degli svizzeri dell'estero

(Keystone)

Il Consiglio degli svizzeri dell’estero ha preso atto venerdì che la riorganizzazione della rete diplomatica nei paesi limitrofi è conclusa. Il «parlamento» della Quinta svizzera ha anche espresso un sì unanime alla revisione della legge sull’istruzione dei giovani svizzeri all’estero.

«Attualmente ci troviamo nella seconda fase e dopo la terza, che sarà portata a termine entro la fine del 2014, non ve ne sarà una quarta». L’ambasciatore Gerhard Brügger, responsabile della direzione consolare del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), ha comunicato venerdì ai rappresentanti del Consiglio degli svizzeri dell’estero (CSE), riuniti nella sala del Gran Consiglio vodese per il loro tradizionale congresso estivo, che le chiusure recentemente annunciate di consolati e ambasciate saranno le ultime.

Nella lista presentata da Brügger di consolati generali e ambasciate che chiuderanno nei prossimi mesi (tra cui Los Angeles e Chicago o l’ambasciata in Guatemala) e di nuove rappresentanze che apriranno (come in Qatar e Myanmar) non figurano inoltre più rappresentanze nei paesi limitrofi. Un annuncio che il presidente dell’Organizzazione degli svizzeri dell’estero (OSE) Jacques-Simon Eggly ha accolto con un sorriso un po’ amaro: «La buona notizia è che non c’è più un programma di chiusura negli Stati vicini, ma del resto non vedo bene dove si potesse ancora tagliare», ha dichiarato.

Non tutto è negativo

Lo «smantellamento» della rete diplomatica, come lo definisce l’OSE, o l’«ottimizzazione», se si adotta il punto di vista del DFAE, ha però lasciato il segno tra gli svizzeri dell’estero. In Italia, ad esempio, sono rimasti solo due consolati (erano nove fino a una cinquantina d’anni fa). Molti dei 92 membri dell’OSE presenti venerdì hanno fatto presente a Brügger i problemi pratici a cui vanno incontro nei loro paesi d’adozione, in particolare per i lunghi tragitti che spesso devono compiere per arrivare al consolato da cui dipendono. Roberto Engeler, membro del Consiglio degli svizzeri dell’estero, ha ad esempio sottolineato che per il 15% circa delle persone che fanno capo al consolato di Milano è impossibile espletare le pratiche in una sola giornata se devono utilizzare dei mezzi pubblici.

Alcuni hanno anche sollevato questione di ordine più sociale. Un espatriato in Arabia Saudita ha ad esempio criticato la chiusura del consolato generale di Djeddah, «l’unico luogo della regione dove gli svizzeri possono ritrovarsi per una partita di carte», talmente sono severe le leggi del regno wahabita, in particolare per riunioni tra rappresentanti dei due sessi.

«Per la presenza internazionale della Svizzera, la sua immagine e la coesione della comunità elvetica, la presenza di un ambasciatore o di un console generale è molto importante», ha ribadito dal canto suo Eggly, ricordando che è tuttora pendente una mozione parlamentare, presentata due mesi fa dal consigliere nazionale Roland Büchel, che chiede al governo una moratoria sulla chiusura delle rappresentanze consolari.

«Vorrei potervi dire che avete tutti ragione. Ma cercate di mettervi al nostro posto. Bisogna risparmiare e non possiamo certo tagliare fondi all’aiuto allo sviluppo», ha risposto Gerhard Brügger, invitando i membri del CSE a guardare quello che fanno altri paesi europei, come l’Olanda o la Svezia.

La riorganizzazione, eseguita su mandato del parlamento come ricordato più volte da Brügger, ha però anche portato tutta una serie di miglioramenti, ha riconosciuto il Consiglio degli svizzeri dell’estero. «La riunione delle competenze e delle risorse in una direzione consolare ha dato più peso a questo settore. La helpline – aperta 24 ore su 24 – è un servizio efficace e benvenuto», ha sottolineato il presidente dell’OSE.

A tal proposito, Brügger ha indicato che questa linea telefonica nel solo mese di luglio ha ricevuto circa 9'000 chiamate e in nove casi su dieci il problema ha potuto essere risolto subito.

Sì alla nuova legge sulle scuole

I rappresentanti della Quinta Svizzera si sono anche soffermati sull’ormai annosa questione del voto elettronico (che dovrebbe generalizzarsi entro il 2015, come promesso da Barbara Perriard, direttrice della sezioni diritti politici della Cancelleria federale) e su tutta una serie di altri problemi a cui sono confrontati i cittadini elvetici espatriati. A preoccupare gli svizzeri dell’estero sono soprattutto le crescenti difficoltà per aprire un conto in un istituto elvetico a causa delle pressioni fiscali degli Stati in cui vivono. «Negli Stati Uniti, ha ricordato Eggly, le banche elvetiche scacciano letteralmente i loro clienti svizzeri»

Il cosiddetto «parlamento» della Quinta Svizzera si è inoltre espresso a favore della revisione della legge sull’istruzione dei giovani svizzeri all’estero, la cui procedura di consultazione si concluderà il 30 settembre 2012.

Il progetto di legge, ha sottolineato Rudolf Wyder, direttore dell’OSE, permetterà «maggiore flessibilità» e un’«ottimizzazione economica» grazie alla soppressione del numero minimo di allievi di nazionalità svizzera. Attualmente, per essere riconosciuta dal governo e ottenere un sussidio, una scuola all’estero deve tra l’altro contare almeno 12 allievi svizzeri (25 per le prime richieste) La proporzione di giovani elvetici deve inoltre essere di almeno il 30% (20% nelle scuole con oltre 60 studenti).

Queste scuole – ha aggiunto Wyder – sono «un investimento produttivo e contribuiscono alla mobilità internazionale degli svizzeri».

Roberto Engeler, presidente della Scuola svizzera di Milano (che conta circa 370 allievi più una sessantina nella ‘succursale’ di Como), è convinto che la revisione legislativa apra più possibilità alle scuole svizzere, in particolare per attirare un maggior numero di allievi internazionali. In quest’ottica, la Svizzera ha una buona carta da giocare, poiché in materia di formazione ha «una tradizione di prima classe, ha indicato Wyder.

L’unico punto da correggere riguarda la questione del dipartimento di competenza. Secondo l’OSE, le scuole svizzere dovrebbero passare sotto l’egida del Dipartimento degli affari esteri e non più del Dipartimento degli interni. La politica estera della Svizzera sarebbe così più coerente e globale.

Risoluzione su accordo con la Francia

Un altro tema che ha destato preoccupazione venerdì in seno al Consiglio degli svizzeri dell’estero è la revisione della convenzione con la Francia in materia di imposte sulle successioni.

Il testo, la cui firma è prevista in ottobre, prevede che l’imposizione si farà sulla base del domicilio dell’erede e non più su quella del defunto. In tal modo, l’erede che abita in Francia di una persona domiciliata in Svizzera sarà tassato in base a un’aliquota progressiva applicata da Parigi, in funzione del valore patrimoniale e del legame di parentele. Questa aliquota potrebbe raggiungere il 45% in caso di valore patrimoniale superiore a 1,8 milioni di euro.

Attualmente, invece, gli eredi pagano le imposte di successione in Svizzera, sempre che il cantone di residenza della persona defunta conosca un regime fiscale successorio. Certi cantoni non tassano le successioni dirette, mentre altri le impongo al massimo al 7%

I membri del CSE hanno votato una risoluzione che chiede al governo di rinegoziare la convenzione tenendo conto degli interessi degli svizzeri che vivono in Francia.

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swissinfo.ch


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