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La Fondazione Beyeler compie 20 anni «Monet è un grande giardino»

La Fondazione Beyeler, il museo d'arte più visitato della Svizzera, festeggia quest’anno il ventesimo anniversario. Dal 2008 è diretta da Sam Keller, curatore di fama internazionale. In un’intervista a swissinfo.ch, il basilese parla del senso di esporre, delle Ninfee di Monet e del nuovo stabile, opera dell’architetto Zumthor.

Le Ninfee di Claude Monet in mostra alla Fondazione Beyeler.

Le Ninfee di Claude Monet in mostra alla Fondazione Beyeler.

(Keystone)

swissinfo.ch: In vent’anni, la Fondazione Beyeler è diventata il museo d'arte più visitato della Svizzera. Quali sono state le tappe più importanti?

Sam Keller: Il museo, che all’inizio consisteva solo in una collezione d’arte, si è progressivamente ampliato e si è trasformato in una casa che accoglie mostre internazionali. È stato un grande e importante passo. Dopo la morte dei fondatori Ernst e Hildy Beyeler, la fondazione ha potuto contare su molte persone e anche ciò è stato decisivo.

La Fondazione Beyeler nasce nel 1997 a Riehen, nel cantone di Basilea Città, su iniziativa della coppia di galleristi e collezionisti d'arte Ernst e Hildy Beyeler (deceduti rispettivamente nel 2008 e nel 2006).

Realizzata dall'architetto italiano Renzo Piano, è il museo d'arte che attira il maggior numero di visitatori in Svizzera. Nel 2015 ha registrato un nuovo primato con 480mila visitatori per la mostra su Gaugin. 

Naturalmente poi c’è l’importanza del contenuto. Il museo ha sempre messo l’accento sull’arte moderna e su quella contemporanea. I fondatori dicevano: non vogliamo fare una mostra per una cerchia ristretta di persone, ma rendere l’arte accessibile a un ampio pubblico e risvegliare l’interesse per l’arte. Ciò implica presentare artisti conosciuti, ma anche far conoscere artisti contemporanei.

swissinfo.ch: I record delle entrate coincidono sempre con la presenza di grandi nomi alla Fondazione Beyeler, come l’esposizione del 2015 dedicata a Gauguin.

S. K.: È chiaro, gli artisti famosi attirano più gente. In questi casi è importante offrire uno sguardo nuovo, così da permettere di scoprire un aspetto diverso di questi artisti.

swissinfo.ch: In linea generale, da cosa si riconosce una buona esposizione?

S. K.: Una buona esposizione seleziona opere interessanti di artisti importanti e li presenta in modo intelligente. È più della semplice somma delle parti: contribuisce a una migliore comprensione delle opere. Poi c’è l‘aspetto personale: “Questa mostra m’interessa? Mi tocca da vicino?”. Una buona esposizione, infine, ci dice sempre qualcosa sulla nostra epoca.

swissinfo.ch: Il trittico delle Ninfee di Monet è una delle opere più conosciute della collezione Beyeler e apre la strada al giardino del museo. L’esposizione dedicata a Monet era d’obbligo per celebrare questo giubileo?

S. K.: Il bello di questo museo è che non c’è nulla che dobbiamo assolutamente fare. Ci sono, invece, molte cose che possiamo e abbiamo il diritto di fare. Avevamo semplicemente voglia di organizzare questo mostra. Ciò non toglie che Monet svolge effettivamente un ruolo importante per la nostra istituzione: se Ernst Beyeler ha costruito il museo e lo ha fatto in questo modo, è anche per via delle Ninfee.

Sam Keller (51 anni) è cresciuto a Basilea, dove ha studiato storia dell'arte e filosofia all’università. Durante gli studi – che non ha mai terminato – ha iniziato a lavorare per Art Basel. Nel 1994 ha assunto il ruolo di responsabile della comunicazione e nel 2000 è stato nominato direttore, carica che ha ricoperto fino al 2007. Nel 2002 ha fondato Art Basel Miami, che riscontra tuttora un grande successo. Nel 2007 Ernst Beyeler lo ha chiamato al suo fianco alla Fondazione. Un anno dopo è stato nominato direttore. 

(Keystone)

swissinfo.ch: Cosa ci dicono oggi le opere di Monet, in un mondo sempre più globalizzato, che mette paura a molte persone?

S. K.: I quadri di Monet sono generalmente considerati come belli. Ciò non significa tuttavia che non siano appassionanti dal punto di vista del contenuto e della forma. Monet ha vissuto in un’epoca di crisi politiche. L’industrializzazione gravava sulla popolazione e la Prima guerra mondiale era alle porte. Monet rivolse così il suo sguardo alla natura e cominciò a dipingere immagini contemplative. Il desiderio di un’esperienza a contatto con la natura e il bisogno di sfuggire a un mondo che andava troppo in fretta sono ancora oggi molto presenti. L’arte può essere politica, anche senza parlarne direttamente. E forse quando prende in considerazione la bellezza, ha anche maggior forza. Monet rende visibile il cambiamento e ha plasmato in modo decisivo il nostro sguardo sul mondo. 

swissinfo.ch: Quest’anno di giubileo sarà segnato anche da tre esposizioni di opere della collezione permanente. In che modo questa si è sviluppata?

S. K.: Abbiamo arricchito la collezione soprattutto con opere contemporanee. Gli amici e i coetanei di Ernst Beyeler erano personalità come Giacometti o Picasso. Oggi cerchiamo di avere opere di alcuni tra gli artisti più importanti del nostro tempo, con un accento particolare sulle donne, che troppo a lungo sono state trascurate. Dalla nascita della fondazione, la collezione è passata da 225 opere a quasi 300, tutte di una qualità degna di un museo.

swissinfo.ch: Sono quasi dieci anni che dirige la Fondazione Beyeler. Una volta ha dichiarato che per un conservatore, assumere questo incarico era come passare dal ruolo di fiorista a quello di giardiniere. Ora è diventato un architetto paesaggista?

S. K.: (Ride). No. Ma ci sono piccoli e grandi giardini: Monet fa chiaramente parte dei grandi. E qui sono sicuro di lavorare in un giardino che cresce e prospera.

swissinfo.ch: La Fondazione Beyeler ha comprato un altro parco nel comune di Riehen, dove l’architetto svizzero Peter Zumthor costruirà un museo supplementare. Per cosa sarà utilizzato?

S. K.: Ci rallegriamo molto, perché è un parco magnifico, con due vecchi alberi. Finora era un parco privato, mentre in futuro sarà accessibile al pubblico. Nel nuovo stabile saranno naturalmente esposte più opere d’arte, soprattutto quelle appartenenti alla nostra collezione e a collezioni dei nostri partner.

Ci sarà anche uno spazio per manifestazioni culturali: potremo organizzare concerti, spettacoli di danza, conferenze, dibattiti o proiezioni di film. Il nostro museo non si svilupperà sono a livello spaziale, ma anche concettuale, con uno sguardo rivolto al futuro.

swissinfo.ch: Nel 2012 ha lasciato che il ragno gigante di Louise Bourgois facesse il giro di diverse città svizzere. Nel 2016 ha costruito con Tobias Rehberger un sentiero artistico verso la Germania. Riehen le sta forse un po’ stretta?

S. K.: No. L’arte nello spazio pubblico è sempre stata qualcosa d’importante per la Fondazione Beyeler. Già nel 1980, Ernst Beyeler aveva inaugurato una mostra in un parco a Basilea. All’epoca ero uno scolaro e fu una grande sorpresa. Non avevo mai messo piede in museo e d’un tratto scoprivo opere di Giacometti e di Mirò. Questa iniziativa ha permesso alla Fondazione di farsi conoscere meglio, così come è accaduto più tardi con gli alberi impacchettati di Christo e Jeanne-Claude nel 1998. Ogni anno abbiamo un progetto di questo tipo: l’ultimo ha avuto per protagonisti Santiago Sierra e Tobias Rehberger, mentre il prossimo sarà dedicato a Ernesto Neto.

swissinfo.ch: Ernst Beyeler ha avuto un ruolo importante per la sua carriera e alla fine tra voi è nata un’amicizia molto forte. A volte le capita di chiedersi cosa penserebbe dell’attuale evoluzione del museo?

S. K.: Prima lo consultavo sempre quando dovevo prendere una decisione difficile. Oggi ho la fortuna di avere al mio fiano il presidente Hansjörg Wyss, il consiglio di fondazione e i miei colleghi Ulrike Erbslöh e Thoedora Vischer, che mi possono dare ottimi consigli. Mi reco però spesso sulla tomba di Ernst Beyeler, al cimitero Hörnli. E quando sono là, penso: «Spero che per te sia ok» oppure «Mi piacerebbe che potessi vederla anche tu».

 


Traduzione dal tedesco, Stefania Summermatter

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