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Un tuffo nella storia Le onde corte, una voce al servizio della politica svizzera



Un tecnico al lavoro al trasmettitore svizzero ad onde corte a Schwarzenburg.

Un tecnico al lavoro al trasmettitore svizzero ad onde corte a Schwarzenburg.

(RDB)

«La voce della Svizzera all’estero»: veniva chiamato così il Servizio svizzero delle onde corte (SOC), l’antenato di swissinfo.ch. In un libro pubblicato di recente in francese, Raphaëlle Ruppen Coutaz ripercorre la storia di questa emittente, che permetteva di creare un legame affettivo tra gli espatriati e la madre patria e di spiegare la posizione ufficiale della Svizzera all’estero. Intervista.

Il libro, intitolato «La voix de la Suisse à l’étranger» si concentra sulle attività internazionali della Società svizzera di radiotelevisione (SSR) e più in particolare sulla creazione e sui primi anni di vita del SOC, che nel 1978 sarà ribattezzato Radio svizzera internazionale (SRI) e poi swissinfo.ch. Lo studio copre gli anni dal 1932 al 1949, un periodo cruciale durante il quale la Svizzera deve far fronte alla propaganda straniera e utilizzare le onde corte per difendere la sua posizione e promuovere un’immagine positiva del paese.

swissinfo.ch: Come si spiega la nascita del Servizio svizzero delle onde corte?

Raphaëlle Ruppen Coutaz: A partire dagli anni 1930 le onde corte sono in pieno sviluppo. Il 9 febbraio 1938, nel quadro del messaggio del governo per la difesa nazionale spirituale, la Svizzera esprime allora il desiderio di avere un trasmettitore su onde corte. Prima veniva utilizzato quello dell’Unione radioamatori di onde corte svizzeri oppure veniva affittato quello della Società delle nazioni (stazione di Prangins).

L’idea è quella di sviluppare una politica culturale che permetta di fronteggiare la propaganda straniera, in particolare quella proveniente dall’Italia fascista e dalla Germania nazista. Si tratta di evitare la nazificazione degli svizzeri all’estero, di mostrare a un pubblico più ampio che la Svizzera esiste e di spiegarne le decisioni politiche a livello internazionale. 

Raphaëlle Ruppen Coutaz è assistente professore alla facoltà di storia dell’università di Losanna. È autrice di una tesi di dottorato sostenuta nel 2015, dalla quale è tratto il libro «La voix de la Suisse à l’étranger». Ha anche partecipato a un progetto di ricerca nazionale e interdisciplinare sulla storia della Società svizzera di radiodiffusione e televisione dal 1983 al 2011 e ha pubblicato un libro sulla conquista del suffragio femminile in Vallese. 

(Felix Imhof)

swissinfo.ch: Il SOC era dunque un media molto ufficiale…

R.R.C.: Sì e le mie ricerche lo hanno dimostrato. Questo carattere ufficiale non emerge solo dal contenuto dei programmi, ma anche dal profilo delle personalità assunte per gestire le trasmissioni, in particolare i cronisti. Analizzando il loro percorso si nota che erano molto vicini alle autorità politiche, avevano ad esempio lavorato per anni come giornalisti parlamentari. Alcuni sono stati perfino raccomandati dal governo. Ho ritrovato lettere nelle quali questi giornalisti sono presentati come “degni di fiducia”. Queste persone si sentono investite di una missione e credono nel progetto di difesa nazionale spirituale.

swissinfo.ch: Durante la Seconda guerra mondiale, la Svizzera era uno dei pochi paesi europei non belligeranti. Si può dunque immaginare che le informazioni trasmesse dal SOC erano particolarmente seguite.

R.R.C.: I bollettini d’informazione del SOC vengono ascoltati in particolare negli Stati Uniti dall’Office of War Information, l’organo che si occupa della propaganda americana presso il Dipartimento di Stato – e dal Columbia Broadcasting System (CBS) che registra le trasmissioni sotto la supervisione del console generale svizzero a New York, Victor Nef.

Le notizie vengono in parte riutilizzate dal CSB, siccome in tempo di guerra le informazioni che circolano sono rare e per lo più parziali. La Svizzera è invece ritenuta una fonte relativamente neutrale.

swissinfo.ch: Il SOC serviva però anche a giustificare la posizione della Svizzera. In che modo?

R.R.C.: A partire dal 1943 la Svizzera capisce che saranno gli Alleati a vincere. È quindi chiamata a rivedere la sua posizione, poiché gli Alleati la accusano di continuare a fare affari con le potenze dell’Asse. La Svizzera si ritrova dunque a doversi giustificare e a dover spiegare la sua politica di neutralità.

Il SOC s’impegnerà a fondo in questa missione, soprattutto negli Stati Uniti. Viene creata una trasmissione speciale destinata a un pubblico americano, durante la quale si insiste sulla neutralità e sul sistema democratico svizzeri, così come sui punti di convergenza tra le due nazioni.

Iniziativa più originale, il SOC permette ai soldati americani in licenza, venuti in Svizzera per una settimana di villeggiatura, di esprimersi all’antenna. Estratti a sorte, alcuni dei 300mila militari possono così rivolgersi direttamente alle loro famiglie negli Stati Uniti. Gli americani hanno l’abitudine di riunirsi per ascoltare queste trasmissioni e una parte di esse è perfino ripresa da altre stazioni statunitensi.

Esistono ancora delle lettere nelle quali i genitori dei soldati ringraziano il SOC per aver potuto finalmente ascoltare la voce dei loro figli, che non avevano più sentito da quando erano partiti a combattere in Europa. Questo tipo di iniziative ha permesso di costruire un’immagine positiva della Svizzera. È un assaggio di ciò che gli americani chiameranno negli anni Sessanta la “public diplomacy”.

Il libroRaphaëlle Ruppen Coutaz, «La Voix de la Suisse à l’étranger. Radio et relations culturelles internationales (1932-1949)», Edizioni Alphil, 518 p.

(zvg)

R.R.C.: Non credo, perché i mezzi a disposizione erano ancora molto limitati. Tuttavia, le attività svolte durante la Seconda guerra mondiale hanno permesso di giustificare, presso il governo e la SSR, lo sviluppo del SOC negli successivi al conflitto, aumentando in particolare il numero e la potenza dei trasmettitori su onde corte. La vera epoca d’oro arriverà negli anni Cinquanta e Sessanta quando il SOC otterrà dei finanziamenti da parte della Confederazione per raggiungere i paesi in via di sviluppo.

swissinfo.ch: L’obiettivo di una radio internazionale è anche di mantenere un legame tra gli espatriati e il loro paese d’origine. Come vengono percepiti i programmi del SOC dalla Quinta Svizzera?

R.R.C.: È difficile conoscere la risonanza di questi programmi perché allora non si potevano realizzare studi sull’opinione del pubblico. Ma nelle lettere degli ascoltatori che sono state conservate si nota un vero e proprio attaccamento a questa radio. È l’emozione ad emergere, soprattutto durante la guerra quando non c’erano più collegamenti postali. E per i germanofoni, l’uso del dialetto accentua ulteriormente il legame sentimentale.

All’epoca le connessioni telefoniche internazionali erano troppo care per i privati. La radio suscitava dunque un’emozione che oggi è difficile immaginare. Ascoltare la voce di un parente o la lettura di una lettera di un famigliare da parte di un giornalista era una cosa completamente diversa.

swissinfo.ch: Molte radio internazionali oggi sono scomparse oppure sono state notevolmente ridotte. Quelle sopravvissute sono dinosauri destinati a scomparire?

R.R.C.: Le evoluzioni tecnologiche hanno stravolto la situazione e hanno rimesso in questione la legittimità delle radio internazionali. Ma non rimettono per forza in questione l’obiettivo perseguito. Tutto dipende da ciò che si vuol fare.

La radio resta il mezzo di comunicazione che tocca di più la gente, molto di più di Internet. Per Radio France Internationale (RFI), ad esempio, rappresenta ancora un eccellente strumento per fornire informazioni su ampia scala in Africa. Nel caso della Svizzera, la storia del SOC mostra che l’obiettivo era di raggiungere gli svizzeri all’estero e un pubblico più ampio rappresentato da una certa elite politica ed economica. In questo senso, non è dunque più indispensabile utilizzare la radio. Ciò malgrado, a mio parere l’importanza acquisita dall’opinione pubblica a partire dalla seconda metà del XX secolo continua a giustificare il mandato conferito a questo media. 


Traduzione dal francese, Stefania Summermatter

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