Navigazione

Saltare la navigazione

Funzionalità principali

Utopia o realismo? I socialisti svizzeri vogliono riconciliare democrazia ed economia



11 novembre 1988: con una "pausa generale", i sindacati celebrano i 70 anni dello sciopero generale del 1918, l'unico della storia elvetica. In Svizzera i sindacati hanno sottoscritto "la pace del lavoro", eppure il Partito socialista si colloca più a sinistra della media dei suoi omonimi europei.

11 novembre 1988: con una "pausa generale", i sindacati celebrano i 70 anni dello sciopero generale del 1918, l'unico della storia elvetica. In Svizzera i sindacati hanno sottoscritto "la pace del lavoro", eppure il Partito socialista si colloca più a sinistra della media dei suoi omonimi europei.

(Keystone)

Superare il capitalismo: il Partito socialista svizzero (PS) vuole attualizzare l'idea fondatrice della sinistra, attraverso la promozione di un'economia sociale, solidale e partecipativa. Per l'economista Rainer Eichenberger, questa posizione è semplicemente quella di un partito a corto di idee. Dibattito.

La secca bocciatura, nella recente votazione popolare del 12 febbraio, della terza riforma dell'imposizione delle imprese, giudicata dalla maggioranza dei votanti troppo favorevole alle grandi società, ha messo le ali al PS, che l'aveva attaccata con il referendum. La vittoria alle urne dà nuova linfa alla critica socialista del capitalismo.

Questo articolo fa parte di #DearDemocracyLink esterno, la piattaforma di swissinfo.ch sulla democrazia diretta.

Fine della finestrella

I dati pubblicati da organizzazioni umanitarie portano peraltro acqua al mulino delle critiche socialiste: paese del benessere per eccellenza, la Svizzera è lungi dall'essere immune da povertà e disuguaglianze economiche. Il rapportoLink esterno 2016 della federazione internazionale di organizzazioni non profit Oxfam, pur essendo contestato, calcola che il 2% della popolazione possiede più della metà della ricchezza, mentre CaritasLink esterno stima che nella Confederazione vi siano circa 530mila poveri e un numero quasi uguale di persone in situazione precaria, spesso nonostante che lavorino.

Ancor prima della pubblicazione delle nuove cifre, che del resto non sono molto variate rispetto all'anno precedente, il congresso del PSLink esterno, lo scorso dicembre a Thun, ha adottato un documento di posizione intitolato "Un futuro per tutti, senza privilegi – preparare l'avvento di una democrazia economica, nel rispetto dell'ecologia e della solidarietà", i cui contenuti dovrebbero guidare la politica del partito nei prossimi anni. Linee guida che sono state oggetto di accesi dibattiti tra i socialisti riformisti e compagni più radicali, in un PS che la piattaforma smartvote.ch posiziona come uno dei partiti socialisti più a sinistra in EuropaLink esterno.

Nel documento il PS ribadisce la volontà di "superare il capitalismo", introdotta nel suo programma nel 2010, sotto la pressione dell'ala sinistra e della sezione giovanile del partito. Appello alla rivoluzione proletaria? Suvvia,... questo concetto è un po' superato. L'idea è piuttosto di cercare di democratizzare le aziende, di dividere meglio la torta e di promuovere sia buone condizioni di lavoro, sia rispetto dell'ambiente. Una sorta di "lotta di classe light", come l'ha descritta il settimanale zurighese "NZZ am Sonntag".

"L'idea di superare il capitalismo non è affatto una novità. Ma adesso il PS pone più fortemente l'accento su di essa. Questo dimostra che i socialisti non hanno più idee costruttive", taglia corto Reiner Eichenberger, professore di economia all'università di Friburgo, noto per le sue posizioni nettamente liberali.

Un'altra economia

Deputata e vice-presidente del PS, Barbara Gysi ammette che il superamento del capitalismo non è un'idea nuova. "Ma ciò non significa che è una cattiva idea. Abbiamo cercato di collaborare da 30 anni, ma non funziona. L'economia e la società si stanno allontanando sempre di più. Quello che vogliamo è umanizzare di nuovo l'economia. E per farlo, siamo convinti che occorra una maggiore partecipazione nelle aziende".

A sostegno della sua tesi, il PS rammenta che il tipo di azienda che preconizza esiste già. Ad esempio in Germania, o in Francia, dove una leggeLink esterno di incentivazione privilegia l'economia sociale e solidale (ESS). Con il risultato che le aziende ESS "rappresentano il 10% del PIL nazionale, impiegano più di un salariato su dieci e sono significative creatrici di posti di lavoro. Dal 2000, nel settore privato, mentre l'occupazione nelle imprese tradizionali è aumentata del 4,5%, le imprese ESS hanno creato il 24% dei nuovi posti di lavoro", scrive il Ministero dell'economia francese.

Anche in Svizzera, "esiste un'altra economia", proclama la Camera dell'economia sociale e solidale di GinevraLink esterno. Ma la partecipazione nelle aziende stenta a decollare. Curioso paradosso nel paese della democrazia diretta, che ha fatto della partecipazione politica un principio quasi sacro. "Ciò ha certamente a che fare con il fatto che abbiamo molte piccole e medie imprese, con dei dirigenti un po' all'antica, commenta Barbara Gysi. Quando parlo con la gente, vedo che molti hanno la sensazione che nell'azienda si possa sempre discutere, ma non partecipare alle decisioni".

"Ed è forse proprio perché abbiamo dei meccanismi di partecipazione così sviluppati a livello politico che rimane discreta sul piano economico, prosegue la vice-presidente del PS. Non si deve inoltre dimenticare che il settore economico esercita un grande potere, sia sulla politica che sulla società".

Legge del mercato vs intervento dello Stato

In linea di principio, Reiner Eichenberger non ha nulla contro la partecipazione nelle imprese. Ma ritiene che si debba sviluppare "laddove porta davvero dei vantaggi". Ed è quanto sta già accadendo: basti "pensare agli studi legali o alle società di consulenza, o anche a partner dello stesso peso che dirigono l'azienda, e dove i giovani finiscono per diventare soci. In un mercato libero, la direzione partecipativa e la cooperazione si sviluppano dove hanno senso e non si sviluppa dove non ne hanno. Ma non dobbiamo esigerla dall'alto, come si immaginano i socialisti".

Questo "tanto più che nella loro idea non si tratta di dare un diritto di partecipazione ai dipendenti, bensì ai sindacati. O meglio, a dei rappresentanti del PS", aggiunge il professore di economia.

Un'idea, quest'ultima, che non sembra sfiorare Barbara Gysi. D'altronde anche il suo partito è abbastanza realistico da sapere che la partecipazione non può essere decretata e che qualsiasi intervento in tal senso, in un parlamento dominato dalla destra, è improbabile che ottenga la maggioranza.

Anche i socialisti mirano ad azioni dal basso verso l'alto: rafforzare la partecipazione dove esiste già, in collaborazione con organizzazioni partner, come i sindacati. E a livello politico si prenderà in considerazione ogni azione suscettibile di avere qualche possibilità di successo, o semplicemente fare dibattito. Questo vale sia sul piano parlamentare e che della democrazia diretta, i cui strumenti sono disponibili a tre livelli: federale, cantonale e comunale.

Il gruppo di lavoro che ha elaborato il documento di posizione si riunirà periodicamente per valutare la situazione. La vice-presidente del PS ribadisce la promessa del suo partito: "la democratizzazione dell'economia sarà il nostro tema prioritario nei prossimi anni".


(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch

subscription form

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.

×