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Come il suffragio femminile in Svizzera ha cambiato il mondo

La Svizzera s'impegna attivamente per l'uguaglianza tra uomo e donna all'estero, ad esempio in Libia. Mahmud TURKIA / AFP

All'epoca in cui le donne hanno ottenuto la parità politica, mezzo secolo fa, la Svizzera era considerata uno Stato maschilista arretrato. Oggi, il Paese è in prima fila nella promozione dei diritti delle donne a livello globale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 06 aprile 2021 - 18:00

La città-oasi di Sebha, nella Libia centro-meridionale, ha scritto una pagina di storia questa primavera: durante un incontro comunitario a metà marzo, a cui hanno partecipato numerose persone, è stato adottato per la prima volta un piano d'azione per la parità di diritti tra donne e uomini nella politica locale. Il 45% dei partecipanti erano donne, riferisce a SWI swissinfo.ch il giornalista tunisino Rachid Khechana.

Secondo il corrispondente di lunga data dalla Libia, nelle ultime settimane si sono svolte assemblee simili a partecipazione femminile in altre 43 municipalità libiche, su iniziativa e con il sostegno della Svizzera. Dopo diversi anni di guerra civile, rappresentanti della politica, della società civile e dell'economia hanno recentemente trovato un accordo a Ginevra per un nuovo governo di transizione libico: con Najla Mangouch agli esteri e Halima Ibrahim Abderrahmane alla giustizia, i ministeri chiave saranno guidati per la prima volta da donne. 

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"Nei processi di pace, è fondamentale che le donne siedano al tavolo dei negoziati: come membri della società civile, come rappresentanti delle parti in conflitto e come mediatrici", afferma a SWI swissinfo.ch Sara Hellmüller. La ricercatrice bernese del Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra aveva organizzato un forum sul futuro della società civile nella capitale libica Tripoli appena una settimana dopo la morte di Muammar Gheddafi nel 2011.

Fino al 2019, Hellmüller ha lavorato presso l'istituto di ricerca swisspeace e ha seguito i processi di pace in zone di guerra quali il Congo, il Darfur e la Siria. "Per loro natura, le donne non sono necessariamente più pacifiche degli uomini, ma la loro comune identità femminile può avere un effetto aggregante e contribuire a soluzioni nuove e più sostenibili", sostiene Sara Hellmüller. La politologa è anche membro della rete Swiss Women in Peace Processus (SWiPPLink esterno) del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), lanciata l'8 marzo di quest'anno in occasione della Giornata internazionale della donna.

"Nei processi di pace, è fondamentale che le donne siedano al tavolo dei negoziati."

Sara Hellmüller, Swiss Women in Peace Processus

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La rete comprende attualmente 15 donne svizzere che s'impegnano a favore della pace in varie regioni del mondo in seno al servizio diplomatico, a organizzazioni non governative e a organizzazioni internazionali. È un esempio di come la Svizzera si stia sempre più affermando sulla scena internazionale in quanto Paese all'avanguardia in materia di parità di diritti tra donne e uomini. Nel quadro della Commissione dell'ONU sulla condizione delle donne, la Svizzera ha ad esempio affrontato il tema della disuguaglianza salariale di genere durante la sessione in corso a New York.

"I diritti delle donne sono diritti umani, e senza diritti umani la pace e lo sviluppo rimangono promesse vuote", afferma l'ambasciatore Simon Geissbühler, a capo della Divisione Sicurezza umana del DFAE. L'azione della Svizzera, spiega, s'ispira alla Risoluzione 1325 dell'ONU, considerata il pilastro di una politica estera femminista.

Questo sviluppo sta avendo un impatto anche sul personale del DFAE. Oggi, quattro dei sei posti di punta del dipartimento e 22 delle 111 cariche di ambasciatore sono occupati da donne. (Francesca Pometta, nominata ambasciatrice svizzera in Italia nel 1987, è stata la prima donna a capo di una missione elvetica all'estero).

Consiglio costituzionale paritetico in Cile

Tra le organizzazioni internazionali attive nel campo dell'uguaglianza di genere e sostenute dalla Svizzera c'è l'International IDEALink esterno. "Sosteniamo le autorità elettorali di tutto il mondo a includere le donne nei processi elettorali e di voto", ci dice Rumbidzai Kandawasvika-Nhudu. La donna originaria dello Zimbabwe dirige il dipartimento 'Diritti politici e partecipazione dei cittadini' dell'IDEA, un'organizzazione con 33 Stati membri. "Con l'aiuto della Svizzera, ci impegniamo per una partecipazione paritaria di donne e uomini in politica".

Kandawasvika-Nhudu cita come esempio il processo costituzionale in Cile: l'11 aprile sarà eletto un consiglio costituzionale composto per metà da donne.

Nel Benin, nell'Africa occidentale, la Svizzera sostiene le donne che si candidano a cariche politiche. Nel Paese africano, la percentuale di donne elette nelle assemblee comunali è raddoppiata negli ultimi quattro anni, secondo un rapporto della Direzione dello sviluppo e della cooperazione.

Altrove, l'inclusione delle donne è molto più difficile. Per esempio, in Arabia Saudita. "Nel nostro Paese, le norme patriarcali continuano a limitare le libertà e i diritti delle donne", dice a SWI swissinfo.ch l'attivista saudita per i diritti delle donne Hatoon al-Fassi, dal 2008 professoressa di storia delle donne all'Università Re Sa'ud di Riad.

Quando si tratta di promuovere i diritti umani e i diritti delle donne negli Stati autoritari, anche la Svizzera neutrale raggiunge i suoi limiti. "In questi casi, bisogna essere molto persistenti dietro le quinte, e a volte è necessario lanciare un segnale insieme ad altri Stati", spiega l'ambasciatore svizzero per i diritti umani Simon Geissbühler. Dopo l'incarcerazione di attivisti per i diritti delle donne come Hatoon Al-Fassi lo scorso autunno, la Svizzera ha aderito a una risoluzione del Consiglio dell'ONU dei diritti umani che ha condannato fermamente il regime saudita.

In fondo, nemmeno una monarchia assoluta come l'Arabia Saudita può sfuggire completamente alla pressione internazionale e della società civile. Ora, anche il governo di Riad ha ratificato la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna. "Questo, in combinazione con i principi islamici di uguaglianza e giustizia, ci consente di esercitare una certa influenza", dice Hatoon Al-Fassi, il cui Paese natale ha introdotto per ultimo nel mondo il suffragio femminile nel 2015.

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