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Cartone, plastica e vetro Imballaggi sicuri per rimanere all'avanguardia

(Keystone)

Gli yogurt si assomigliano tutti. A fare la differenza è il vasetto. In Svizzera, l’industria degli imballaggi ha resistito bene alla crisi. Tuttavia, le sfide da affrontare sono continue. Come quella della possibile contaminazione degli alimenti da sostanze presenti nelle confezioni.

Nei negozi discount, nelle pasticcerie di lusso o sugli scaffali dei magazzini di mobili, l’imballaggio è diventato negli ultimi anni sempre più essenziale. Protegge un prodotto e ne riporta le informazioni principali, oltre ad essere un mezzo pubblicitario.

In Svizzera, l’industria degli imballaggi genera l’1% del Prodotto interno lordo. «Una percentuale decisamente elevata se paragonata a quella di altri paesi», osserva Stephan Schüle, responsabile dell’International Packaging Institute di Sciaffusa, un centro che segue l’evoluzione del settore in tutto il mondo. Tra i principali fabbricanti in Svizzera vi sono Model-Group, Bourquin e SIG, solo per citarne alcuni.

L’importante ruolo della Svizzera nel campo della tecnologia degli imballaggi ha radici storiche, spiega Schüle. «La carta stagnola è stata inventata un centinaio di anni fa nella regione di Sciaffusa. La Svizzera è un paese ingegneristico per tradizione e anche le macchine per imballaggi rivestono una grande importanza».

Una constatazione condivisa anche da Joachim Kreuter, capo redattore della rivista settoriale Pack aktuell. Spesso, sottolinea, le aziende elvetiche di imballaggi ottengono premi e riconoscimenti internazionali. Ad esempio nel 2012, quando il fabbricante di bottiglie Sigg si è distinto per i suoi imballaggi di plastica e di cartone, facili da aprire e da smaltire.

Puntare sulla specializzazione

L’industria degli imballaggi sta attraversando un ottimo periodo, ritengono unanimi gli esperti del settore. E questo malgrado la crisi nella zona euro, che negli ultimi anni ha creato non pochi problemi.

A differenza di altri prodotti, gli alimenti continuano infatti a essere venduti, fa notare Stephan Schüle. «La gente deve continuare a nutrirsi e necessita di cosmetici e di prodotti farmaceutici, anche quando l’economia è in difficoltà».

Oggigiorno, le esigenze tecniche per i collaboratori sono sempre più grandi, rileva Philippe Dubois, direttore dell’Istituto svizzero dell’imballaggio. «Abbiamo bisogno di un numero crescente di specialisti che conoscono a fondo le diverse soluzioni in materia di imballaggi».

Anche per Stephan Schüle e Joachim Kreuter le aziende non devono accontentarsi di prodotti di semplice concezione, che possono essere fabbricati ovunque nel mondo, a minor prezzo. Per restare indispensabile, l’industria «deve pensare al di là del prodotto e del semplice imballaggio», insiste Kreuter.

In futuro, il mercato non crescerà in Europa, «ma più che altro in Asia e, ben presto, anche in Africa», avverte Schüle. «È questa la sfida». Il settore deve quindi rimanere innovativo ed «essere all’avanguardia in materia di sviluppo tecnico», aggiunge.

Industria degli imballaggi

L’Istituto svizzero dell’imballaggio (SVI), che celebra i 50 anni di attività il prossimo giugno, conta circa 250 aziende affiliate che impiegano oltre 19'000 persone.

Nel 2011 ha registrato un fatturato di circa 6,7 miliardi di franchi, in linea con i risultati dell’anno precedente.

La cifra rappresenta l’1,15% del Prodotto interno lordo (586,8 miliardi di franchi).

A generare la parte più cospicua del fatturato è il settore delle materie plastiche con 3,6 miliardi di franchi. La produzione di cartone e di cartone ondulato ha totalizzato entrate per circa un miliardo.

(Fonti: SVI, Ufficio federale di statistica)

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Retrogusto amaro

Un’altra sfida è rappresentata dalla possibile contaminazione degli alimenti. Già dalla metà anni Novanta è risaputo che le sostanze contenute nell’imballaggio possono lasciare tracce sul prodotto. Si tratta per lo più di olii minerali, solventi o sostanze ammorbidenti provenienti dai giornali o dai libri riciclati utilizzati per produrre il cartone. Puntualmente, le analisi evidenziano che tali contaminazioni continuano ad essere di attualità.

«La difficoltà è che non si conoscono tutte le sostanze che possono fuoriuscire dagli imballaggi», dice Thomas Gude, chimico alimentare e responsabile scientifico dello Swiss Quality Testing Services, appartenente al dettagliante Migros.

«Quando si confeziona un prodotto si deve garantire che quest’ultimo non venga alterato dall’imballaggio», spiega Joachim Kreuter. Per risolvere il problema, cinque anni fa è stato creato il Joint Industry Group (JIG), che tra le varie cose ha elaborato una checklist per ridurre il rischio di contaminazione.

«Il rischio zero non esiste», puntualizza tuttavia il direttore dell’Istituto svizzero dell’imballaggio. «Riteniamo comunque che l’industria svizzera abbia in generale fatto la sua parte. È consapevole da tempo di questa problematica», sottolinea Philippe Dubois.

In quest’ambito, la Svizzera ha fatto di più rispetto ad altri paesi europei, insiste Stephan Schüle. «Negli ultimi anni ha svolto un ruolo da precursore». L’industria elvetica degli imballaggi e il JIG sono sulla giusta via, aggiunge Thomas Gude.

Una questione di quantità

Gli eventuali effetti nocivi per il consumatore dipendono dalla quantità di una data sostanza che viene assorbita dall’alimento, spiega il chimico alimentare. «Bisogna però fare una chiara distinzione tra le sostanze che contaminano gli alimenti di base, consumati in grande quantità, e quelle presenti ad esempio nel cioccolato, mangiato solamente di tanto in tanto».

Uno studio svizzero ha dimostrato che anche la temperatura può avere un influsso sul grado di contaminazione di un prodotto.

Per Thomas Gude, a medio termine sarà dunque importante riflettere sulle cosiddette “barriere funzionali”, materiali innocui di uno o più strati inseriti all’interno degli imballaggi.

Anche Joachim Kreuter è convinto che bisognerà utilizzare tali barriere, nel caso non si riuscirà a trovare una soluzione per eliminare le sostanze nocive del processo di riciclaggio. «Si tratta di un aspetto che non è ancora stato risolto».


Traduzione dal tedesco di Luigi Jorio, swissinfo.ch


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