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Fusione tra Holcim e Lafarge Il nuovo colosso del cemento suscita alcuni timori

Bruno Lafont (a sinistra), futuro CEO di LafargeHolcim, con Bernard Fontana, attuale CEO del gruppo Holcim

Bruno Lafont (a sinistra), futuro CEO di LafargeHolcim, con Bernard Fontana, attuale CEO del gruppo Holcim

(Keystone)

Accolta positivamente dai mercati finanziari, la fusione tra Holcim e Lafarge solleva alcune preoccupazioni presso la stampa. Dopo i cartelli, potrebbero essere ora le fusioni a minacciare la libera concorrenza nel settore del cemento e a tenere alti i prezzi, a scapito dei consumatori.

“La Svizzera si trova di nuovo dinnanzi ad un matrimonio tra elefanti”, osserva la Neue Luzerner Zeitung. “Rispetto alla recente fusione tra Glencore e Xstrata, questa volta è però coinvolta un’azienda svizzera di grande tradizione, Holcim. Il gruppo del cemento di Jona vuole unirsi con il suo concorrente Lafarge. Nascerebbe un nuovo gigante con un valore borsistico di 50 miliardi di franchi”.

Questo progetto “è stato apprezzato dalle borse e hanno reagito positivamente anche gli esperti di mercati finanziari”, aggiunge il giornale lucernese. “I prodotti delle due imprese sono infatti complementari, anche dal punto di vista geografico. La fusione permetterà di ridurre i costi e di eliminare sovraccapacità”.

“Rimangono però aperti alcuni interrogativi”, annota ancora la Neue Luzerner Zeitung. Da un lato, questa unione “creerà alcuni doppioni, soprattutto a livello di amministrazioni centrali dei due gruppi. Soppressioni di posti di lavoro sono quindi possibili”.

E dall’altro, “vi è il rischio che il più potente colosso mondiale del cemento possa determinare i prezzi in alcune regioni del mondo. Già in passato l’industria del cemento è stata spesso sospettata di concordare i prezzi. Le autorità competenti in materia di concorrenza sono quindi chiamate ad esaminare da vicino questa fusione”.

Numero uno mondiale del cemento

La fusione tra l’azienda svizzera Holcim e la francese Lafarge porterà alla nascita dall’anno prossimo del numero uno mondiale del cemento.

Il nuovo gruppo LafargeHolcim sarà presente in 90 paesi e avrà un fatturato di 33 miliardi di franchi. I dipendenti saranno circa 100'000.

In base alle cifre del 2013, i due gruppi hanno raggiunto un fatturato cumulato di 38,6 miliardi di franchi e un'EBITDA di 7,8 miliardi.

La fusione dovrebbe generare sinergie per 1,7 miliardi di franchi entro tre anni. Quelle operative ammonteranno a 1,2 miliardi e quelle finanziarie a 500 milioni.

I costi per realizzare l'unione dovrebbero ammontare a 600 milioni l'anno prossimo e ad un importo analogo nel 2016.

L'operazione, la più importante in Europa dopo la fusione l'anno scorso tra Glencore e Xstrata, prenderà la forma di un'offerta pubblica di scambio lanciata da Holcim, che offrirà agli azionisti di Lafarge un titolo Holcim per ogni azione Lafarge in loro possesso.

L'operazione è stata approvata dai principali azionisti e all'unanimità dai consigli di amministrazione. Il 20% di Holcim è detenuto da Thomas Schmidheiny e l'11% da Filaret Galchew (Eurocement).

Per quanto riguarda Lafarge, la società di partecipazione belga Groupe Bruxelles Lambert (GBL) detiene una quota del 21%, mentre la holding NNS dell'uomo d'affari egiziano Nassef Sawiris, fratello di Samih Sawiris, proprietario del gruppo immobiliare Orascom, ne controlla il 14%.

Al termine della transazione, Thomas Schmidheiny deterrà l'11% di LafargeHolcim e GBL et NNS rispettivamente il 10 e il 7% delle azioni. I titoli dispersi tra il pubblico saranno pari al 72% del capitale azionario. Il gigante sarà quotato alla Borsa svizzera SIX e alla Borsa di Parigi (Euronext).

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Prezzi concordati

“Quando due aziende leader annunciano la loro fusione, generalmente si accendono i campanelli di allarme presso i custodi della libera concorrenza”, rileva anche la Basler Zeitung. “Se le due imprese disporranno di una posizione dominante sul mercato, potranno dettare prezzi e quantità, assicurandosi un monopolio a scapito dei consumatori. Simili fusioni vanno impedite, in quanto provocano un danno per tutta l’economia”.

“Bisogna essere particolarmente prudenti quando si tratta dell’industria del cemento”, prosegue il giornale basilese. “In questo settore la concorrenza è già molto limitata. La produzione di cemento è piuttosto semplice dal profilo tecnico e non permette a nessun produttore di trarre dei vantaggi tramite l’innovazione. Il cemento è inoltre un affare locale: non vale la pena trasportare molto lontano questo materiale pesante”.

Per questo motivo, afferma la Basler Zeitung, “i produttori di cemento cadono spesso nella tentazione di concordare prezzi e quantità. Infatti, se si dessero battaglia, nessuno potrebbe uscirne vincitore. Per lungo tempo sono esistiti dei cartelli del cemento, eliminati in Europa solo negli anni ’90. Le aziende di questo settore hanno però continuato a concordare dei prezzi e sono state così costrette una decina di anni fa a pagare ingenti multe”.

Posizione dominante

“Che cosa porterà questa fusione a noi, consumatori?”, si chiede l’Aargauer Zeitung. “Non solo cose buone. Con questa fusione viene svuotato ciò che è fondamentale per un’economia di mercato ben funzionante: una concorrenza sana con diverse aziende che devono rivaleggiare a livello di prezzi”.

“Chi dispone invece di poca concorrenza e di un potere troppo grande sul mercato, avrà piuttosto la tentazione di approfittare della propria posizione per alzare i prezzi. E non è solo una questione di abusi. Anche degli aumenti di prezzo moderati suscitano irritazione, se si è costretti a pagarli”.

Le autorità in materia di concorrenza dovranno quindi valutare esattamente questa fusione, ritiene anche il foglio argoviese. “La tentazione di abusare della propria posizione dominante sul mercato aumenta quasi proporzionalmente rispetto all’importanza del proprio fatturato. E, in Svizzera, Holcim dispone già oggi di una quota di mercato pari al 64%”.

Svolta ecologica

“La fusione è evidentemente rischiosa”, ritiene anche Le Temps, ricordando “come la Svizzera abbia impiegato 30 anni per smantellare il suo cartello del cemento, all’inizio degli anni ‘90”. Il primo obbiettivo del nuovo gigante LafargeHolcim “sarà però quello di accrescere gli investimenti nel mondo per seguire il rapido sviluppo economico in Asia (Cina e India) e Africa. I due gruppi si scontrano spesso con imperi locali che cercano di chiudere il loro mercato domestico”.

A detta del quotidiano romando, Holcim e Lafarge starebbero inoltre “anticipando la svolta ecologica di un’industria molto sporca. Dopo la produzione di energia e i trasporti, la fabbricazione del cemento costituisce la terza fonte principale di emissioni di gas ad effetto serra. E questo triste fatto si sta aggravando rapidamente, soprattutto nei paesi emergenti”.

“Nuovi procedimenti di produzione permettono di abbassare sensibilmente l’inquinamento e di assorbire il CO2 emesso, fissandolo definitivamente nel cemento”, indica ancora Le Temps, rilevando come “l’impronta ecologica del cemento stia suscitando un dibattito non solo in Europa”.

Azienda secolare

La Holcim nasce nel febbraio 1912 a Holderbank, nel canton Argovia. Il primo nome della società è Aargauische Portlandcementfabrik Holderbank-Wildegg.

Nel 1914 entra a far parte della società l’industriale Ernst Schmidheiny, proprietario anche della Eternit. Il gruppo si sviluppa rapidamente, aprendo delle filiali in tutta Europa e mettendo piede nel 1927 anche in Egitto. Sotto la direzione del figlio omonimo di Ernst Schmideiny, la Holderbank fonda nel 1938 un cementificio nei dintorni di Città del Capo.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il gruppo vive una fase di consolidamento seguita da una forte espansione a partire dagli anni ’60, fino a diventare dagli anni ’90 leader mondiale in vari campi (cemento, calcestruzzo pronto per l’uso, aggregati inerti…).

Nel 2001 il gruppo è stato ribattezzato Holcim. Una decisione che rispondeva tra l’altro alla volontà di un nuovo inizio per la multinazionale del cemento, la cui immagine era stata scalfita da tutta una serie di vicende.

La Holderbank/Holcim è stata infatti spesso oggetto di critiche, ad esempio per i legami con il regime dell’apartheid in Sudafrica, per ripetute violazioni delle leggi sulla concorrenza, per la scarsa propensione a collaborare coi sindacati o per i problemi ambientali causati dai suoi cementifici.

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Complementarietà geografica

Per La Liberté, “è stata soprattutto la complementarietà geografica dei due gruppi a dettare la loro fusione”. L’impresa svizzera è dominante in America latina e in Asia, mentre quella francese soprattutto nell’Africa del nord. “Là dove Holcim è potente, Lafarge è poco presente. E viceversa”.

“Rimane però il fatto che i due produttori di cemento hanno lo stesso problema: non possono cedere del terreno nei paesi emergenti, dove generano il loro volume di affari, e sono alla mercé degli sbalzi delle valute locali, molto instabili. La loro fusione rappresenta quindi un’assicurazione contro questo tipo di rischi”.

Movimento di concentrazione

Una visione condivisa anche dal Figaro, secondo il quale “questa fusione è ancora più sensata, dal momento che, globalmente, Lafarge e Holcim non erano forti negli stessi territori. L’impresa svizzera è ben impiantata in America latina e in India, mentre l’azienda francese dispone di una posizione forte in Africa del nord e nel Medio oriente. È questa una delle ragioni principali, oltre al peso equivalente, che ha permesso ai due gruppi di avviare rapidamente la loro fusione”.

Per Le Monde, l’unione tra Holcim e Lafarge rappresenta “l’ultimo esempio di un movimento di concentrazione del settore del cemento. Un movimento cominciato in Europa negli anni ’70 e che si è registrato nel decennio seguente anche in America. Oggi, in tutte le regioni del mondo, almeno i tre quarti della produzione sono assicurati da multinazionali, ad eccezione dell’Asia e del Medio oriente, dove gli attori nazionali rimangono predominanti”.

swissinfo.ch


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