Pandemia e corsa agli armamenti: la borsa e la vita

"Il mondo è sovra-armato e la pace sotto-finanziata", disse Ban Ki-moon quando era segretario generale delle Nazioni Unite. Una constatazione quanto mai attuale in questi tempi di pandemia. Al sottofinanziamento della pace, dobbiamo purtroppo aggiungere quello della sanità pubblica.

Questo contenuto è stato pubblicato il 12 giugno 2020 - 08:45
Marc Finaud, responsabile per le questioni di proliferazione e disarmo al Centro di Ginevra per la politica di sicurezza (GCSP)

Il mondo è giustamente scosso dal numero di vittime della pandemia di coronavirus, destinato a raggiungere il mezzo milione in sei mesi. A titolo di paragone, è lo stesso numero di morti che fa mediamente ogni anno la violenza armata: 80'000 nelle zone di conflitto e il resto nei Paesi cosiddetti "in pace", a seguito di omicidi, suicidi e incidenti con armi da fuoco.

"Abbiamo tutti il diritto di sperare, di fronte a un tale spreco di risorse destinate alla capacità di infliggere morte anziché alla protezione sociale e sanitaria, che la società civile, i parlamenti, gli scienziati e i mezzi di informazione si mobilitino".

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L'onda di proteste negli Stati Uniti contro le sparatorie di massa, favorite dalla disponibilità di armi, e più di recente contro gli atti di violenza a sfondo razzista della polizia, non sorprende: ogni anno negli USA 37'000 persone cadono sotto i colpi di armi da fuoco, ovvero dieci volte di più che nella maggior parte dei Paesi sviluppati.

Mezzo milione è anche il numero di morti e feriti capace di provocare in qualche minuto l'esplosione di una bomba nucleare come le 150 dispiegate dagli Stati Uniti in cinque Paesi nella NATO. Ognuna di esse ha una potenza distruttiva fino a 24 volte quella di Hiroshima. E queste bombe non sono che una piccola parte delle circa 13'000 armi nucleari ripartite tra 9 potenze, la cui capacità rappresenta oltre 2'000 volte la potenza di fuoco di tutta la Seconda guerra mondiale. Un solo sottomarino Trident può lanciare l'equivalente di 5'000 bombe di Hiroshima.

Il mondo è anche scosso dall'incomprensibile decisione del presidente Donald Trump di sospendere in piena pandemia i contributi statunitensi all'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e infine ritirarsene. Questi contributi, tra obbligatori e volontari, ammontavano a 500 milioni di dollari su un budget annuale di 4,84 miliardi. Allo stesso tempo, il centro di ricerca svedese SIPRI ha annunciato che, secondo le ultime stime, le spese militari mondiali hanno raggiunto nel 2019 il livello record di 1917 miliardi di dollari. Il calcolo è semplice: il budget annuale dell'OMS equivale a meno di una singola giornata di spese militari nel mondo.

L'apparato militare-industriale contro il quale il presidente Eisenhower metteva in guardia al termine del suo mandato nel 1961 non è mai stato meglio. Temendo, e anticipando, un riorientamento delle spese per sopperire alle mancanze del sistema sanitario crudelmente evidenziate dalla pandemia, non ha risparmiato alcuno sforzo per acquisire nuove risorse pubbliche. Negli USA, Boeing, che è un costruttore di velivoli sia civili che militari, è riuscita ad aggiudicarsi 60 miliardi di dollari sui 2000 del piano di rilancio approvato dal Congresso. Durante il confinamento, l'industria delle armi da fuoco ha ottenuto di essere considerata attività commerciale essenziale, consentendo agli acquirenti di ampliare ulteriormente i propri arsenali.

In Francia, dove questa lobby è onnipotente, non c'è stato bisogno di convincere il governo, suo migliore alleato: proprio come aveva fatto il presidente Sarkozy durante la crisi finanziaria del 2008, il Ministero delle Forze Armate ha aumentato le sue ordinazioni di materiale aeronautico di 600 milioni di euro. Considerato il livello del debito pubblico francese, saranno le generazioni future a farne le spese.

Come reagire a queste cifre scioccanti?

Abbiamo tutto il diritto di sperare, di fronte a un tale spreco di risorse destinate alla capacità di infliggere morte piuttosto che alla protezione sociale e sanitaria, che la società civile, i parlamenti, gli scienziati e i mezzi di informazione si mobilitino. La recessione che colpirà la maggior parte dei Paesi dovrebbe fornire l'opportunità storica di riequilibrare i bilanci nazionali e l'azione multilaterale in favore della sicurezza umana. È noto che un aumento dell'1% della spesa militare porta generalmente a una diminuzione tra lo 0,6 e l'1% dei fondi per la sanità. Bisogna invertire questa tendenza.

Le iniziative di disinvestimento, unite a un trattato internazionale, hanno già portato alla quasi totale cessazione della produzione di bombe a grappolo. Al contempo, diverse grandi banche o fondi pensionistici hanno ritirato i loro investimenti nel settore delle armi nucleari, come altri lo hanno fatto con le energie fossili per proteggere il clima. Questo movimento dovrebbe ingrandirsi con l'imminente entrata in vigore del Trattato per la proibizione delle armi nucleari, del quale un articolo vieta la cooperazione nello sviluppo e la fabbricazione di tali armamenti. Un'iniziativa della School of Oriental and African Studies (SOAS) dell'Università di Londra, sostenuta da papa Francesco, chiede inoltre di congelare la produzione e le esportazioni di armi per reinvestirne i fondi nella sanità e nella cooperazione allo sviluppo.

Questa mobilitazione deve includere anche una pressione in favore del rispetto e del mantenimento degli accordi bilaterali e multilaterali di controllo degli armamenti e di disarmo, che gli Stati Uniti stanno smantellando dal 2002: i trattati sui missili balistici (ABM), sulle forze nucleari a medio raggio (INF), sul commercio delle armi (ATT), sui Cieli Aperti (Open Skies) e l'Accordo sul nucleare iraniano, mentre il trattato New START scade nel febbraio 2021 e Trump minaccia di riprendere i test nucleari.

Al di là degli accordi, va anche denunciata la pericolosa evoluzione delle dottrine e degli armamenti di tutte le potenze nucleari, che tende ad abbassare la soglia per l'uso di armi atomiche e a trascinare il mondo in una corsa sfrenata verso la catastrofe.

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