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Esportazione di armi: un divieto che lascia perplessi

Componenti di caccia, come questi utilizzati dagli USA in Iraq, si producono in Svizzera

(Keystone)

La Svizzera continua ad esportare armi, a patto che non siano impiegate nel conflitto in corso in Iraq.

Una prassi che divide politica e opinione pubblica. Secondo un sondaggio, il 70% della popolazione vuole il divieto delle esportazioni verso Usa e Gran Bretagna.

La Svizzera continuerà ad esportare materiale da guerra agli Stati Uniti ed alla Gran Bretagna, benché siano in conflitto in Iraq.

Ad avallare la politica del Consiglio federale è giunta, martedì, la Commissione degli affari esteri del Consiglio nazionale.

La motivazione ufficiale del governo elvetico, alla mancata sospensione delle forniture militari alle parti belligeranti, è che si tratta di componenti d'armamento non utilizzate direttamente nel conflitto in corso.

La politica del Consiglio federale sull'esportazione di materiale da guerra si scontra con le rivendicazioni della maggioranza dell'opinione pubblica, che invoca la sospensione delle forniture.

Medie triennali e guerra

Il divieto non assoluto all'export di armi prodotte in Svizzera è stato adottato dalla Commissione degli affari esteri della Camera Bassa col concetto di "courant normal".

Una forma giuridica per vestire la fornitura a parti in guerra di componenti d'armamento non usati direttamente in operazioni belliche, a condizione però che non superino la media delle forniture degli ultimi tre anni.

Dopo l'inizio delle ostilità, il Consiglio federale ha bloccato le esportazioni dell'industria d'armamento statale dirette alle parti in conflitto.

Il divieto concerne l'Aggruppamento dell'Armamento (ADA) "competente per la ricerca, lo sviluppo, la valutazione, l'acquisto, la manutenzione e la liquidazione di materiale e costruzioni dell'esercito, nonché di altri clienti", come è scritto sulla home page (vai a siti correlati).

Il quadro giuridico

Sulle esportazioni che dipendono da imprese private, lo Stato fissa unicamente un quadro giuridico.

"Se le armi non rafforzano una delle due parti la vendita può proseguire", aveva detto giovedì scorso, intervenendo alle Camere federali, il presidente della Confederazione Pascal Couchepin.

Il portavoce della Ruag Bruno Frangi ha indicato che "si tratta di pezzi fabbricati dalla nostra filiale ginevrina Derendinger & Co".

Per quanto concerne le componenti d'armamento per i caccia USA - un contratto da circa 31 milioni all'anno - Ruag, cioè l'industria d'armamento svizzera che ha lo Stato quale azionista di maggioranza (leggi in altri sviluppi), sostiene che gli aerei non saranno operativi prima del prossimo anno.

Il percorso delle armi Made in Switzerland

Per il governo non c'è quindi ragione per vietare le esportazioni delle componenti high-tech dell'avionica militare dell'FA/18 prodotto dalla Hornett americana e costruite in Svizzera.

Sotto la lente, oltre all'export agli Stati Uniti di componenti per aerei da combattimento, vi sono anche le vendite alla Gran Bretagna di granate a mano modello HG 85 di produzione elvetica, una fornitura da oltre 18 milioni di franchi all'anno.

E sono proprio le granate a mano, prodotte dalla Ruag per l'esercito inglese, nell'occhio del ciclone.

Il quotidiano romando Le Temps scrive, nell'edizione in edicola martedì, che proprio "le granate a mano di produzione svizzera sono utilizzate nella guerra in Iraq dai soldati inglesi".

Il primato della politica

Le considerazioni di politica congiunturale prevalgono sulla condanna del commercio delle armi espresso dalla maggioranza dell'opinione pubblica elvetica.

L'industria degli armamenti pesa attorno ai 280 milioni di franchi. Una cifra d'affari tutto sommato modesta, ma strategica per la Svizzera.

swissinfo e agenzie

Fatti e cifre

280 milioni di franchi la produzione d'armi svizzera
30,8 milioni le vendite d'armamenti agli USA
18,2 milioni l'anno quelle alla Gran Bretagna

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