La proposta di abolire le scorte obbligatorie di caffè, in consultazione fino ad oggi, è aspramente criticata dall'industria svizzera del settore che considera lo un bene vitale per il quale la sicurezza di approvvigionamento non è assolutamente garantita.

Le scorte obbligatorie servono a fornire alla popolazione beni e servizi essenziali in periodi di grave penuria. Oltre ai prodotti energetici e ai medicinali, includono cereali, zucchero, riso e, per ora, caffè.

In aprile il Consiglio federale ha messo in discussione gli stock del caffè nell'ambito della revisione dell'ordinanza sulle scorte di derrate alimentari e foraggi. La decisione finale sulla questione è attesa in autunno.

Per il governo non si tratta di un bene vitale poiché non contiene praticamente alcuna caloria e il rischio di penuria è esiguo. Le riserve attuali - fra quelle obbligatorie e quelle di società commerciali, impianti di torrefazione e grossisti - coprono il fabbisogno della popolazione svizzera per circa sei mesi.

Secondo l'organizzazione del settore Comunità di Interessi Caffè Svizzera, invece, la sicurezza dell'approvvigionamento non è assolutamente garantita poiché essa dipende al 100% dalle forniture estere. Inoltre le scorte mondiali nei paesi di origine sono in costante diminuzione. E catastrofi naturali e ambientali o sabotaggi informatici potrebbero interrompere in qualsiasi momento le catene di approvvigionamento.

CI Caffè Svizzera ricorda poi che attraverso la Svizzera viene gestito il 70-75% del commercio mondiale di caffè verde, e che i prodotti di caffè esportati annualmente hanno un valore di 2,2 miliardi di franchi svizzeri, ossia l'1% del PIL.

La Svizzera figura tra i più grandi consumatori di caffé al mondo con circa 8,5 chilogrammi all'anno per persona. I paesi del Nord Europa monopolizzano le prime posizioni: Finlandia 12 kg, Norvegia 9,9, Islanda 9 e Danimarca 8,7. Seguono quasi a pari merito Svizzera, Paesi Bassi e Svezia.

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