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Giallo di 36 mila anni fa risolto all'Uni di Zurigo

La ricostruzione computerizzata del viso, sulla base dei reperti ossei del cranio, di un ragazzo di Neanderthal vissuto circa 36 mila anni fa

(Keystone)

Scoperta scientifica di alcuni antropologi dell'Università di Zurigo, sulla storia biologica ed antropomorfa dell'uomo di Neanderthal.

Analizzando un cranio fossile con i metodi della medicina forense, i ricercatori dell'Uni di Zurigo hanno ricostruito la dinamica di un'aggressione tra uomini di circa 36 mila anni fa.

Storia di una lesione

Nel 1979, nei pressi del villaggio di St Césaire, in Francia, vennero alla luce i resti fossili di uno scheletro appartenuto a un ragazzo, un giovane maschio neanderthaliano. Le ossa erano incrostate di detriti, deformate dal peso del terreno sotto cui erano rimaste sepolte per 36.000 anni, erose e fratturate.

Gli studiosi notarono una lesione parzialmente rimarginata sull'apice del cranio, ma sulle prime ritennero che si trattasse di una linea di saldatura naturale delle ossa.

Solo oggi, grazie alla tomografia assiale computerizzata, alle tecniche di ricostruzione grafica tridimensionale ed ai metodi della medicina forense, un gruppo di ricercatori dell'ateneo svizzero ha scoperto il vero significato di quell'antica frattura: il ragazzo, vissuto nel tardo Pleistocene, era stato aggredito, probabilmente da un membro del suo stesso gruppo e ferito con un oggetto tagliente. Era sopravvissuto all'aggressione grazie alle cure di altri membri del gruppo ed era morto alcuni mesi più tardi.

Indagine virtuale

Christoph Zollikofer, ricercatore del Laboratorio Multimediale del'Istituto di Antropologia dell'Università di Zurigo, ha sottoposto i resti fossili a tomografia assiale computerizzata, una tecnica che permette di ottenere dettagliate radiografie tridimensionali di un oggetto. Quindi, con l'aiuto del computer, ha separato virtualmente i frammenti di osso dai detriti estranei, un'operazione che fisicamente era impossibile, data la fragilità dei reperti. Infine ha corretto le deformazioni provocate dallo schiacciamento e le fratture post-mortem e ha costruito un modello tridimensionale del cranio del ragazzo. Osservando la ricostruzione, agli esperti è apparso evidente che la lesione sulla parte superiore del cranio non poteva essere una linea di saldatura o una deformità congenita.

Neppure poteva trattarsi di una ferita provocata dall'impatto di un oggetto pesante, come un ramo o una roccia caduta dall'alto, perché il colpo avrebbe deformato tutto il cranio. La soluzione più verosimile, ipotizzata da Zollikofer e dai suoi colleghi, è quella di un'aggressione, una ferita inferta deliberatamente con un oggetto di pietra, tagliente come una lama, vibrato con forza dall'alto verso il basso.

Il ruolo del gruppo

La ricostruzione, descritta sulle pagine dei Proceedings of the National Academy of Sciences, si spinge oltre: poiché nel tardo Pleistocene la popolazione degli ominidi era scarsa, raramente due gruppi si scontravano per contendersi le risorse di un territorio. È molto più probabile che l'aggressore fosse un membro dello stesso gruppo della vittima.

Ma c'è dell'altro. Il fatto che la frattura sia parzialmente rimarginata dimostra che la vittima sopravvisse alcuni mesi all'aggressione e, data la gravità della ferita, ciò implica l'intervento di altri membri del gruppo, che si presero cura del ragazzo, proteggendolo e nutrendolo.

Maria Cristina Valsecchi


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