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Giornalismo e cinema alla ricerca della verità

Dustin Hoffman e Robert Redford in "Gli uomini del presidente" di Alan Pakula, del 1976 (pardo.ch)

«Newsfront», la retrospettiva del 57° Festival internazionale del film di Locarno, si interessa ai legami tra giornalismo e cinema.

Un tema in voga, anche perché risponde a un gran bisogno di verità.

«Newsfront» riunisce un centinaio di film, da «Citizen Kane» di Orson Welles, opera di riferimento, al recentissimo «The Hunting of the President» di Nick Perry e Harry Thomason, che ripropone le manovre che cercavano di far cadere il presidente americano Bill Clinton.

La retrospettiva avrebbe potuto essere ben più vasta, visto che i responsabili hanno trovato oltre 4000 film sul tema, dai quali ne hanno in definitiva scelto un centinaio.

Nascita di un genere

Bisogna dire che, col tempo, nel cinema è nato un vero e proprio filone sul giornalismo, anche se meno identificabile del western o del poliziesco.

E il giornlista, incarnato dai più grandi attori - Humprey Bogart, Clark Gable, Robert Redford, Yves Montand, Al Pacino e via dicendo - è diventato un protagonista ricorrente, come il detective privato, il poliziotto o il malvivente...

«Ci si può chiedere perché il giornalista e non, per esempio, lo psicanalista», commenta Giorgio Gosetti, che ha montato la retrospettiva del festival.

«Forse perché i media, soprattutto negli Stati Uniti, sono uno dei contropoteri più forti, proprio come la malavita. Ecco perché è nato il filone del giornalista e non quello dello psicanalista».

Dal rompiscatole al giustiziere

Sia libero, al servizio del popolo, che corrotto, al servizio del potere il giornalista assume sembianze diverse sotto l'occhio della cinepresa.

Nel libro «Print the Legend», che accompagna la retrospettiva di Locarno, il redattore ticinese Rodolfo Brancoli propone quattro stereotipi di giornlista.

Innanzitutto ci sono i santi, come i due giovani reporter del Watergate in «All the President's Men», sempre bravi e onesti.

Poi ci sono quelli che si buttano tutti insieme su un povero interlocutore, urlandogli addosso le loro domande.

C'è pure la figura del santo dall'aureola impura, cioè il giornalista ben intenzionato che, per ottenere informazioni, viola le regole.

E per concludere c'è il mostro, disonesto e totalmente privo di scrupoli.

Una parte di verità

«Ma hanno tutti lo stesso sogno», dice Giorgio Gosetti, «questi cavalieri di ventura della nostra epoca cerca un Graal impossibile da trovare: la verità». O almeno «la miglior versione possibile della verità», come scrive Carl Bernstein, uno dei giornalisti che ha rivelato l'affare del Watergate in «Print the Legend».

Ed è quanto il pubblico cerca disperatamente da parecchi anni. E ora ancora di più, dopo la campagna di disinformazione che ha preceduto la guerra in Iraq. Il che spiega il successo del documentario o del cinema-realtà.

«Due soggetti assillano periodicamente il mondo del cinema e dei media. Il primo è la crisi del cinema. Il secondo, la perdita di fiducia del pubblico di fronte ai mass-media», constata Giorgio Gosetti.

«Il cinema che si impegna in prima persona, che dice: con una cinepresa, io vado al centro della realtà e cerco di riprodurvela a modo mio, di farvi vedere la mia verità... questo cinema fa rinascere la fiducia».

Il caso di Michael Moore

Tra i registi che hanno scelto la soggettività, l'americano Michael Moore è l'esempio più spettacolare. Si impegna, e per questo è apprezzato, perché osa.

Per lui, l'obiettività è un'illusione, per cui sceglie di mettersi in primo per raccontare la sua verità. Anche se in «Fahrenheit 9/11 ha scelto di ritirarsi un po' dall'immagine, per non cadere nella trappola del culto della personalità.

Da notare che il suo primo film, «Roger and me», è proiettato nell'ambito di «Newsfront», insieme a un centinaio di opere che evocano, in un modo o nell'altro, la ricerca della verità.

«Perché è la verità», sostiene Giorgio Gosetti, «che unisce i due mondi, il cinema e il giornalismo».

swissinfo, Alexandra Richard, Locarno
(traduzione dal francese: Fabio Mariani)

Fatti e cifre

Oltre alla retrospettiva, il Festival di Locarno pubblica «Print the Legend» in collaborazione con i «Cahiers du Cinéma»
Un'opera collettiva, concepita e diretta da Giorgio Gosetti e Jean-Michel Frodon, riccamente illustrata (322 pagine, 350 foto in bianco e nero)

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In breve

La retrospettiva «Newsfront», che illustra la presentazione del giornalismo nel cinema, riunisce un centinaio di pellicole.

Con il «fil rouge» dell'attualità, Locarno è in piena tendenza, marcata dal successo di pubblico e dalla Palma d'oro di Cannes per «Fahrenheit 9/11», il film di Michael Moore sul presidente americano George Bush.

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