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Gli affari sono affari Washington allenta la presa sulle banche, anche svizzere

L'ingresso dell'edificio dell'UBS sulla Park Avenue a New York.

L'UBS, secondo una ONG americana, sarebbe stata la banca più generosa con i senatori USA che hanno recentemente votato una legge favorevole al settore: complessivamente avrebbe donato loro 3,5 milioni di dollari. In seconda posizione ci sarebbe l'altra grande banca svizzera, il Credit Suisse, con 2,2 milioni.

(Keystone, Martin Ruetschi)

Dieci anni dopo la crisi finanziaria dei subprime del 2008, il governo statunitense ha compiuto un primo significativo passo verso la deregolamentazione bancaria. Presentato come un gesto a favore delle piccole banche, il testo dovrebbe andare anche a vantaggio di grandi istituti svizzeri, come l'UBS e il Credit Suisse.

Alla fine di maggio, il Congresso e il presidente USA Donald Trump hanno approvato l'Economic Growth, Regulatory Relief and Consumer Protection ActLink esterno (legge sulla crescita economica, la regolamentazione e la protezione dei consumatori), che modifica diverse disposizioni provvisorie della legge Dodd-FrankLink esterno, promulgata nel 2010 dall'amministrazione Obama per prevenire nuove crisi finanziarie. Pur essendo stata avviata dalla maggioranza repubblicana al Congresso, la nuova legge è stata comunque sostenuta da un certo numero di parlamentari dei democratici.

Tra le principali modifiche introdotte: l'abbassamento dei criteri che definiscono di "rilevanza sistemica" le banche (le famose "too big to fail", il cui fallimento rischierebbe di innescare una crisi). Ai sensi del Dodd-Frank Act, qualsiasi istituzione i cui attivi superano i 50 miliardi di dollari era considerata "d'importanza sistemica" e quindi soggetta ad alcune disposizioni di salvaguardia. Il nuovo testo innalza ora questa soglia a 250 miliardi di dollari.

Credit Suisse e UBS escono dalla lista

Di conseguenza, mentre in precedenza negli Stati Uniti 43 banche erano considerate di rilevanza sistemica, adesso solo 12 istituti rientrano in questa categoria. Tra la trentina di banche stralciate dalla lista vi sono le filiali americane del Credit Suisse e dell'UBS, i cui attivi iscritti a bilancio alla fine del 2017 ammontavano rispettivamente a 141 e 140 miliardi di dollari.

Con lo stralcio dalla famosa lista, le due banche svizzere si vedranno alleggerite di alcune regole a cui erano finora soggette negli Stati Uniti. Tuttavia, la nuova legge prevede che potranno occasionalmente essere sottoposte a "stress test" (simulazioni di shock finanziario) dalla Federal Reserve.

L'adozione della nuova legge è stata accolta con favore dalle cerchie bancarie americane, che da diversi anni chiedevano un allentamento delle norme. Questo ottimismo è stato alimentato anche dal fatto che, pochi giorni dopo l'adozione della legge, la Federal Reserve ha annunciato che stava riflettendo su un'altra misura di deregolamentazione: l'allentamento della "regola VolckerLink esterno", che limita le attività speculative delle banche di deposito.

Un voto a suon di milioni di dollari

Tuttavia, la nuova legge ha suscitato forti critiche della sinistra. Nick Jacobs, portavoce dell'ONG Better Markets, ha in particolare puntato l'indice accusatoreLink esterno contro i vantaggi concessi alle banche straniere "come il Credit Suisse, la Barclays o la Deutsche Bank, che hanno ricevuto enormi ancore di salvezza dal governo degli Stati Uniti durante la crisi del [2008]".

In un tweet, la senatrice progressista del Massachusetts Elizabeth Warren ha dal canto suo soprannominato la legge "Bank Lobbyist Act", sostenendo che i parlamentari che l'hanno sostenuta avrebbero agito essenzialmente sotto l'influsso dei gruppi di pressione di Wall Street.

tweet

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L'accusa non è priva di fondamenta: un'analisi contabileLink esterno dell'organizzazione civica Center for Responsive Politics ha rivelato alla metà di marzo che i senatori che hanno sostenuto la nuova legge hanno ricevuto ingenti contributi da banche. L'organizzazione ha anche precisato che "i due maggiori donatori erano l'UBS e il Credit Suisse Group, i quali hanno versato rispettivamente 3,5 e 2,2 milioni di dollari a dei membri del Senato".


(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi)

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