Gli aiuti sociali sono anche un investimento

Le mense dei poveri e i dormitori sono presi d’assalto, in Grecia come in Svizzera. Keystone

Crisi del debito, crisi dell'euro: gli Stati stanno tagliando le spese sociali. Grecia, Italia e Portogallo, ma anche la Svizzera. Questi tagli sono un errore per il sociologo Jean-Pierre Tabin, per il quale gli aiuti sociali sono degli investimenti e degli strumenti di stimolo dell’economia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 14 gennaio 2012 - 17:00
Isabelle Eichenberger, swissinfo.ch

"La povertà minaccia dall'8 al 14,6% della popolazione svizzera; il 3% dei contribuenti detiene un reddito pari a quello del restante 97%", si legge nell'Almanacco 2012 della Caritas.

In linea di principio, nessuno soffre la fame in Svizzera, tutti hanno accesso a un tetto e un minimo di cure mediche. La povertà è dunque "relativa" rispetto al tenore di vita considerato "normale", ma rimane un grosso problema in quanto i poveri sono esclusi dalla vita sociale.

Gli esperti sottolineano che la povertà è difficile da misurare a causa del sistema svizzero, diviso in dieci diversi regimi di sicurezza sociale sul piano nazionale, cantonale e comunale. Un sistema complesso, lacunoso e non più adeguato ai tempi attuali.

Aumento della disuguaglianza

Secondo l'Ufficio federale di statistica, il 3% della popolazione (231'046 persone) ha beneficiato di prestazioni dell'assistenza sociale nel 2010, una cifra invariata dal 2008. Ma non esistono vere statistiche sulla povertà, difficile da misurare. Corrisponde al grado di privazione dei beni più diffusi di consumo? A un periodo di crisi nella vita? O a uno stato di lungo termine?

In generale, la miseria urbana che sta crescendo da alcuni anni è nota e in parte visibile, ma non viene registrata ufficialmente. Comprende infatti mendicanti stranieri senza fissa dimora o senza documenti, che sfuggono ad ogni indagine, a cominciare da quelle condotte per telefono. Si sa soltanto che i rifugi per la notte sono piuttosto sovraffollati. In dicembre, alcuni richiedenti l'asilo hanno dovuto trascorrere la notte nelle strade di Basilea, per mancanza di spazio nei centri di accoglienza.

Per il sociologo Jean-Pierre Tabin, professore presso la Scuola superiore del lavoro sociale e della sanità di Losanna, non è tanto la povertà, ma piuttosto la disuguaglianza sociale che si sta ampliando da una decina d’anni. "Abbiamo messo in atto una politica volta a incoraggiare la ricchezza, ad esempio tramite riduzioni delle imposte per i redditi più alti, e a spingere i più ricchi a disimpegnarsi nei confronti della società ", afferma Tabin.

Spesso non sono i poveri a diventare più poveri, ma i ricchi a diventare sempre più ricchi, come sta succedendo in ogni parte del mondo. "Tra il 1997 e il 2008, il numero di persone che guadagnano più di un milione di franchi all'anno è quintuplicato, mentre il reddito medio è rimasto quasi invariato”, si legge pure nell’Almanacco della Caritas.

Non spese, ma investimenti

In Svizzera, la spesa sociale supera ormai il 25% dei bilanci pubblici. Da alcuni anni diversi rapporti allarmisti preannunciano il collasso delle assicurazioni sociali. Si moltiplicano quindi le riforme destinate a ridurre le spese sociali: assicurazione malattia, vecchiaia, invalidità, disoccupazione, assistenza sociale. Un errore a detta di Jean-Pierre Tabin, per il quale i fondi impiegati per la sicurezza sociale non vanno visti esclusivamente come dei costi, ma come un investimento.

Un esempio: i costi dei farmaci pagati dall’assicurazione contro le malattie fanno lievitare il fatturato delle industrie farmaceutiche. "Le spese sociali creano ricchezza, dal momento che generano anche dei consumi. Molti politici non dicono che le prestazioni delle assicurazioni sociali permettono ai disoccupati e ai pensionati di continuare a consumare. In tal modo contribuiscono quindi a far funzionare l'economia e a rilanciare la congiuntura", afferma Tabin.

Inoltre, anche la creazione di una rete di sicurezza sociale comporta vantaggi economici. Fa seguito a rivendicazioni sindacali, ma permette agli Stati di stabilizzare i salariati da un profilo economico e sociale.

"L’introduzione dell’assicurazione contro la disoccupazione nel 1924 ha consentito, tra l’altro, all’economia di disporre di una riserva di manodopera nei periodi in cui ne aveva di nuovo bisogno”, rileva Tabin.”L'aiuto ai disoccupati è concepito sia come assicurazione che come ufficio di collocamento professionale, con il quale si possono reclutare le persone veramente desiderose di lavorare".

Un altro esempio: l’assicurazione contro gli infortuni, creata in Svizzera nel 1918, doveva servire tra l’altro ad evitare che i lavoratori si rivoltino contro il datore di lavoro in caso di infortunio. "Con quest’assicurazione si introduce una terza parte che consente di prevenire processi o lotte di classe contro gli imprenditori".

Finanziarizzazione delle politiche sociali

Attualmente, il sistema di regolazione sociale si sta trasformando parallelamente allo sviluppo dei mercati finanziari, alla globalizzazione e ad una maggiore competitività, che costringono le aziende a ridurre i costi di produzione.

"Nel discorso globalizzato relativo al debito pubblico, come è il caso della Grecia, i mercati finanziari stanno mettendo sotto pressione la sicurezza sociale. In Europa è la prima volta che gli organismi finanziari internazionali – Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale o la Banca centrale europea – dettano le loro regole, al di fuori della tradizionale sovranità politica degli Stati".

Secondo Tabin, gli economisti “lanceranno ben presto un grido d’allarme per denunciare il fatto che i tagli sociali stanno menomando pericolosamente i consumi della popolazione”. Henry Ford aveva detto che bisogna pagare i lavoratori a sufficienza, in modo che possano acquistare una Ford.  

Nel processo attuale di "finanziarizzazione della politica sociale", gli azionisti non sembrano generalmente condividere le preoccupazioni degli imprenditori, come lo stesso Ford. Ma l’economia reale potrebbe rivoltarsi contro gli eccessi dei mercati finanziari e avere l’ultima parola.

Disparità sociali in Svizzera

Nel 2010, l'andamento economico in Svizzera ha superato le aspettative. Non ne hanno però approfittato le classi a basso reddito, le persone povere e bisognose.

Mentre nei paesi vicini esplode il debito pubblico, in Svizzera il bilancio 2010 dello Stato ha chiuso con un eccedenza di 3,6 miliardi di franchi. Un risultato positivo è atteso anche per il 2011.

Nella classifica 2010 stilata dal Credit Suisse, la Svizzera si trova in terzultima posizione per quanto concerne le disparità più grandi di reddito: il 3% dei contribuenti dispone di un reddito pari a quello degli altri 97%. Solo a Singapore e in Namibia le disparità sono ancora maggiori.

  

Tra il 1997 e il 2008, si è quintuplicato il numero di persone che guadagnano più di un milione di franchi all'anno, mentre il reddito medio è rimasto praticamente stabile.

La povertà minaccia dall’8 al 14,6% della popolazione: si tratta soprattutto di persone scarsamente qualificate, famiglie monoparentali o con molti figli, donne e cittadini stranieri.

(Fonte: Almanacco sociale della Caritas 2012)

End of insertion

Assistenza sociale

L'assistenza sociale è un diritto dal 1995, ma i suoi principi risalgono ai tempi della Riforma.
 
L’attuazione delle misure di assistenza sociale era inizialmente di competenza dei Comuni di origine. Questi dovevano registrare i loro cittadini e aiutare coloro che si trovavano in difficoltà.

 
In seguito alla crescente mobilità della popolazione e al forte afflusso di stranieri, questo compito è stato attribuito, con la legge federale del 1977, ai Cantoni e ai Comuni di residenza.
 
Secondo l'Ufficio federale di statistica, il 3% della popolazione (231'046 persone) ha beneficiato di prestazioni dell'assistenza sociale nel 2010, una cifra invariata dal 2008.

End of insertion

Questo articolo è stato importato automaticamente dal vecchio sito in quello nuovo. In caso di problemi nella visualizzazione, vi preghiamo di scusarci e di indicarci il problema al seguente indirizzo: community-feedback@swissinfo.ch

Condividi questo articolo